CAPITOLO SESTO

Tornato alla villa, il signor Fedele cominciò dall’assalire Bianca coi
ragionamenti, e trovandola sempre uguale, la condannò a starsi tutto
il giorno in una stanza appartata. Guai alla zia e alla sorella, se
avessero tentato parlarle. Per maggior umiliazione la faceva venire a
mensa all’ora dei pasti; ma la poneva a sedere in un angolo del desco
senza tovaglia, e le stoviglie in cui le dava a mangiare, non erano
quelle lucenti di stagno che usava per sè e per la famiglia, bensì
certo piatto di terra scura, da mangiarvi dentro l’elemosina, tolto a
prestito dalla cascinaia. E anche in quel tempo le avea vietato di
aprir bocca. Sui volti delle altre due, si fecero in breve profondi i
segni dell’animo afflitto; ma temendo di procacciare a Bianca maggiori
mali, tacevano; ed essa per certo raggio degli occhi nuovo e soave,
mostrava di crescere in forza a sopportare quei trattamenti, e si
consolava pensando che per amor di Giuliano avrebbe patito anche più,
se più fosse bisognato.

Così entrava il maggio, senza che la festevolezza della stagione,
valesse a ricondurre in quella casa la pace e la gioia. Damigella
Maria e Margherita, libere di starsi o di uscire a diporto, non
movevano guari, per non godere quel che a Bianca era vietato;
avrebbero volentieri mutata sorte colle donne più tapine che fossero
nella valle: e udendo i campagnuoli cantare strambotti pei colli, in
quelle notti piene di misteriose melodie; i loro pensieri
s’incontravano mestamente con quelli dell’infelice.

«Oh!–diceva la cieca–han bello dire, ma le contadine sono più felici
di noi! Vengono su pascendo le pecore e sarchiando il campo, durano
stenti grandi, è vero; ma almeno quel po’ di pane che Dio manda lo
mangiano in pace, senza tante ambizioni….! Noi…. noi….
invece….»

Margherita assorta nei canti che s’udivano lontani, chiedeva che
volessero significare a quell’ore insolite, e pareva passionarsene: la
zia sospirando rispondeva: «cantano la primavera tornata; la tua bella
età, che Dio protegga, sicchè tu sia più fortunata di tua sorella!

«E Bianca?–ripigliava la giovinetta–che farà di là? le piaceranno
questi canti, a lei così afflitta?»

Non era da dubitarne. Bianca porgeva orecchio dalla sua finestra, e
pensava ai mài, che i contadini piantavano cantando dinanzi le porte
delle foresi cui volevano bene. E anch’essa cadeva in quell’idea, che
nata villanella, sarebbe stata più lieta; e che pur di potersi sposare
all’uomo amato, la sferza del sole non la si doveva sentire, e
lavorare sul solco da un’avemaria all’altra, doveva parere un
trastullo. Ma per sè non poteva sperare che lo sterile rifugio d’un
monastero; e in quei giorni di silenzio e di solitudine, ne parlava
seco stessa, menzionando la pace, il sepolcro, mille malinconie; in
guisa che se la zia l’avesse intesa, si sarebbe alfine levata contro
il cognato; e delle due l’una, o egli smetteva dal tormentare Bianca,
o essa se ne sarebbe andata a vivere da sè.

«Ma!–diceva la povera giovane, in certe ore che l’aspetto della vita
le si faceva più lugubre:–quando sarò nel monastero, e mi avranno
tagliati i capegli, e la mia faccia si sarà fatta smorta; se egli
venisse a vedermi una volta, e mi ravvisasse, e mi dicesse: «tale
divenisti per amor mio!» oh! come sarei lieta di morire in quel
momento! Ho udito dire che le monache pregano nelle loro chiese dietro
le grate, non viste…. E se egli venisse in chiesa per vedermi….,
se cantasse per farsi conoscere da me…! Già, non intesi mai la sua
voce, non ci siamo mai parlati….! Eppure quanti discorsi abbiam
fatti, egli dal terrazzino di don Marco, io dalla nostra altana! Mai
una parola…. mai un cenno….; ma fa bisogno di dirsele certe cose?
Chi sa dove sarà? A D…? Chi sa se mi incontrerà mai più….? Oh!
viva o morta lo sentirò venire e tremerò tutta!»

Di questo andare, s’era accostumata a considerarsi già fatta monaca; e
mai che le fosse venuto in pensiero di ribellarsi del tutto, fuggire,
e andar in cerca di Giuliano, o di fargli sapere di sè per qualcuno di
mezzo. Scrivergli non avrebbe osato; solo il filo di speranza che
attraversava le sue miserie, faceva capo a don Marco; e qualche
momento osava sperare ch’egli avrebbe rimediato a ogni cosa; ma quel
pensiero di lui su’ Francesi che sarebbero venuti a liberarla,
cominciava a parerle una promessa mancata. Non venivano mai quei
Francesi!

Non venivano? Avesse potuto leggere nell’animo del proprio padre,
l’avesse udito maledire tra sè i repubblicani e la Francia; e avrebbe
capito come i Francesi erano vicini! Egli non andava neanche più al
borgo, per non udirne parlare; perchè là si dicevano cose da farlo
basire. Oggi la rotta dei Piemontesi e degli Alemanni al ponte di
Nava; domani la presa d’Ormea, di Garessio, di Bagnasco, tutti luoghi
che egli sapeva alla grossa come fossero poco discosti; un’altra
settimana, due forse, e la guerra alpina sarebbe stata perduta pei
regi e per gli imperiali; e i repubblicani, eccoteli padroni di
scendere a lor agio a divorarsi le Langhe.

S’aggiungeva a queste cose, che sua Maestà Vittorio Amedeo, aveva di
quei giorni mandato ai magistrati, e ai parrochi di tutti i villaggi e
borghi e città un bando, col quale comandava a tutti d’ogni grado e
stato, purchè atti alla guerra, si provvedessero d’armi e di
munizioni, quante bastassero per giorni quattro, e si tenessero pronti
a movere contro i Francesi al primo cenno. Il Re parlava di premi e di
pene; e il signor Fedele per parer di quelli non atti alla guerra,
oltre a non recarsi più al borgo, quasi non usciva più dalla
palazzina.

«O Madonna!–gli era venuto di sclamare una sera spogliandosi per
andare a letto–se voi terrete i Francesi lontani dalle mie campagne;
se mi renderete sano e salvo il barone e mi aiuterete a condur Bianca
sulla buona via; vi edificherò una cappella proprio nel mezzo dei miei
vigneti, e vi farò celebrare ogni domenica una messa da questi frati,
santi servi vostri e del serafico San Francesco!»

Nei fondacci della sua coscienza, non credeva nè alla Madonna nè a San
Francesco, nè agli altri Santi del Calendario: ma allevato a parlar ad
essi colle mani giunte da bambino; a metterli in disparte da
giovinetto; e da uomo maturo, ad averli sempre in bocca, e a
giovarsene come di zucche legate ai fianchi per tenersi a galla sul
pelago della bassa gente, che in essi avea fede e in Dio: adesso, di
faccia al pericolo, si rivolgeva alla Madonna colla dimestichezza
d’una femminetta, avvezza a parlarle a tu per tu, tutta la vita.

Quella notte s’addormentò con addosso l’indigestione delle brutte
nuove avute dal cascinaio; il quale le aveva raccolte un po’ dai
frati, un po’ dai campagnuoli; e qualche ora prima che fosse l’alba,
si svegliò come persona cui venga fatta forza, molle di sudore e tutto
scompannato il letto, pel grande agitarsi fatto nel sonno. Aveva
sognato d’essere soldato del re, caduto in mano ai Francesi con grossa
compagnia. I barbari, trucidato e sparato il più grasso tra i
prigionieri, se lo mangiavano, e ne davano a mangiare anche a lui, che
provandosi con ogni sua forza a schermirsi, si trovava agguantato
nella coda e nel mento, e costretto a spalancare le fauci; mentre uno
di quei ribaldi lo imboccava di quelle carni spietatamente,
spingendogliene in gola con una baionetta lunga lunga, che ad ogni
tratto si mutava in un serpente.

«Ahimè!–sclamò tastando il letto, e guardando nel buio cogli occhi pieni
di quelle immagini, e colla gola arsa d’amarezza disgustosa:–ahimè! che
spavento, Gesù Maria! Se durava un altro poco io moriva!»

E diè volta sull’altro fianco, studiandosi di non più addormentarsi,
pauroso che il brutto sogno ricominciasse. Stette così un tantino
rannicchiato, poi riprese a parlare.

«O che è questo picchio nell’orecchio? Che sia effetto del sangue?»

In quel dire alzava la testa dal guanciale. Il picchio non pareva più
un picchio, ma sì un martellare di campane; al quale s’aggiunse un
altro suono, noto, terribile, quello del corno, sorta di nicchio
marino onde di quei tempi, coma usa in Corsica, andava ne’ monti
liguri provveduto ogni casale; sicchè di ladri, d’incendi, di lupi
calati l’inverno, si mandava di valle in valle, rapida e lontana la
voce.

«Ohe!–gridò allora sorgendo a mezzo,–la campana di C…. stormeggia,
e questo è il corno! Signore aiutatemi!»

E balzando dal letto, senza stare a cercar co’ piedi le pianelle,
corse a spalancar la finestra; ma di subito preso da più stretta
paura, riaccostò le imposte e le tenne socchiuse, quanto potesse
guardar fuori con un solo occhio. In quella il cascinaio, i figli, chi
dalla porta, chi dai finestrelli, porgendo il capo, si mostravano
anch’essi.

«Dunque che cosa accade?–chiese ansando il signor Fedele–ne sapete
qualcosa voi?»

Per tutta risposta, uno di quei villani, che s’era insino allora
rattenuto per non destare il padrone, e scoppiava dalla voglia,
precipitò sull’aja si recò alla bocca il corno, e ne trasse un muggito
così pieno ed acuto, che al signor Fedele parve sentirsi passato fuor
fuori da una cannonata.

«Ti pigliasse il canchero, te e il tuo toro! birbante! Tu mi vuoi far
morire le donne? Butta al diavolo codesto tuo arnese d’inferno!»

A queste parole il giovanotto stette come allibito. Non aveva mai
inteso il padrone porsi in bocca quelle parolacce. Gettare all’inferno
quell’arnese, che s’adoperava a chiamare in chiesa i fedeli, gli
ultimi giorni della settimana Santa, quando le campane sono legate, e
le tabelle suonano le ore! Non osò soffiarvi dentro una seconda volta,
ma l’avesse anche spezzato veniva a dir nulla, perchè per tutta la
valle qua e colà fu un muggire d’altri nicchi, un apparire di lumi
sulle coste, un chiamarsi da luogo a luogo, un interrogarsi, un
rispondere di guerra, di Francesi, di finimondo, tutto nel buio. La
campana del convento vicino, cominciò anch’essa a suonare a stormo; e
quella d’un villaggio sulla montagna, che chiudeva la vallicella,
rispondeva a questa, o forse ad altre della vallata sinistra della
Bormida, mentre l’alba spuntava e pareva quella del _Dies irae_.

Damigella Maria e Margherita, non è mestieri dirlo, s’erano levate sin
dai primi rumori, e Bianca dimenticato il divieto di venir fuori della
sua stanza, correva ad esse spaventata. Tutte e tre si facevano
intorno al signor Fedele che s’era messo in gamba le brache e in dosso
un giubbarello; e appena mezze vestite, scarmigliate, piangenti, lo
supplicavano, lo rattenevano che non uscisse di casa. Egli, standosi
fra Bianca che colle mani giunte sulle spalle a lui, si abbandonava in
atto di grande dolore, e Margherita che l’abbracciava alle ginocchia;
non avendo forse avuto neanco in mente d’uscire, sclamava:

«Come? La terra del mio re, sarà coperta di nemici, e si potrà dire
che io non sono corso a far testa? Via da me che non voglio perdere la
grazia di Sua Maestà, per le vostre lagrimette! Via da me, voi,
ingrata figlia! che importa di me a voi, se in dieci giorni mi avete
fatto invecchiare di dieci anni?

«Pietà, pietà, babbo,–dicevano le fanciulle–non vada, non vada o ci
conduca….

«Voi…. io…. pietà….–rispondeva il signor Fedele dibattendosi
fra le donne:–ne avete voi per me, quante siete? Pietà di me
l’avranno i Francesi che toglieranno dal mondo il più infelice dei
padri…!»

Dicea così sperando di dar a Bianca un gran colpo; ma vedendola niente
disposta a dirgli, «padre farò quel che vorrà…!» diede un squasso sì
forte, che mandò questa a cadere, e togliendosi Margherita di tra
piedi, stette un momento che aveva l’aspetto d’un vecchio re, forse di
Priamo che si sgombra il passo tra le sue donne, per andarsi a gettare
coll’imbelle dardo, in mezzo ai nemici a morire.

Discese sull’aia, al colono che gridava «i Francesi! i Francesi!» diè
sulla bocca una gran palmata, sclamando «bugiardo! Te n’andrai dal mio
servizio!» Poi si rifece sopra sè stesso, e crescendogli il cuore sino
alla gola; comandò ad uno dei figli del contadino, si mettesse la via
tra piedi e corresse a C…., a vedervi un poco a qual segno fossero
le cose.

Ma non fu mestiere che questi partisse, perchè essendosi messo un po’
d’albore, si vide da ogni parte gente discendere dai monti, gente
uscir dai seni della vallata; drappelli di qua, drappelli di là,
venivano a farsi grossi sulla via maestra, traendo verso il convento
dei Minori Osservanti. L’affrettarsi, il tumulto, l’aspetto terribile
di quelle turbe, armate di roncole, di bidenti, di falci, e financo di
vecchi schioppi colti nelle guerre spagnuole di mezzo secolo prima; si
accordavano in guisa tempestosa alla furia di parecchie donne che
aizzavano gli uomini; e agli atti dei frati usciti dalle loro celle,
agitando in aria i crocifissi, gridando guerra e morte, da parer
forsennati.

Man mano che la gente arrivava, faceva sosta attorno ad uno rialto; e
chi mandava baci alla campana del convento, che dindonava rabbiosa
anch’essa; chi spiegava al vicino la faccenda com’era, chi più
voglioso di andare cominciava a spazientarsi; quando venne oltre sul
rialto il guardiano, uomo venerabile per lunga barba, e per la bella
salute, che ad onta dei molti anni vissuti gli splendeva sulle guance.

Egli fece far silenzio alla moltitudine, la quale fu così pronta a
star zitta, che si sarebbe inteso una mosca a volare. Allora trasse
dalla manica un foglio, e vi lesse ad alta voce come predicando. Era
il bando del Re, quel bando che ho menzionato più su, e che comandava
ai sudditi di tenersi pronti al primo squillo di campana.

«Lo squillo di campana è dato,–sclamò il guardiano quand’ebbe
letto–è dato qui, a C…., a D…., per tutto in questa valle e
nell’altre! Armiamoci e andate, o popoli, che Dio v’accompagni a
sterminare quei giacobini maledetti, i quali vogliono discendere fra
voi, a vuotarsi i granai, a contaminarvi le donne, a porre le mani nel
sangue dei vostri sacerdoti! Volgetevi da quella banda: (tutti si
volsero a guardare i monti di San Giacomo e del Settapani, che si
vedevano assai bene, ammantati dal verde primaverile) vedete lassù?
Ciò che ora è verde diverrà rosso come sangue; e dove oggi nascono i
fiori passeranno i demoni, e ne verrà un odore d’inferno da rimanerne
affogati….! popoli all’armi….! ecco lassù il Signore che ci fa
segno d’essere con noi!»

I poveracci non videro il Signore, ma credettero nel frate che l’aveva
visto per essi. E «andiamo, andiamo!–cominciarono a urlare–Dio è con
noi! Viva Dio! Morte ai Francesi! Viva noi! Viva il Re! Il primo
giacobino che mi dà tra’ piedi lo strozzo, fosse mio fratello! Lo
mangio, fosse mio padre! Morte ai giacobini!….»

Fra questo tempestare di viva e di morte, si fece udire una voce su
tutte gridar chiaramente. «E chi ci condurrà alla battaglia?»

E un’altra voce rispose: «i nobili, i signori! Passeremo per C…. v’è
il signor Francesco, il signor Crispino il conte, don Luca, verranno
con noi, anzi li troveremo belli e pronti….

«E chi ricusa, a morte!»

In quella il signor Fedele, voglioso di sapere e fidandosi troppo,
giungeva ad una svolta della via, vicino di là a un trar di pietra.
Udire quelle grida, ed arrestarsi come avesse dato del petto in una
rupe, fu tutt’una cosa: porse orecchio un tantino, e: «come?–disse
tra sè–i signori v’hanno a condurre alla battaglia? Acchiappami se
puoi, chè io vengo.» E pensando di non essere stato veduto, diè di
volta correndo verso la palazzina; badando a dar nei fossati, curvo e
spedito a menar le gambe che meglio non avrebbe potuto fare uno
scolaretto, colto a scioperarsi dal pedagogo. E si teneva certo del
fatto suo; ma il guaio fu che qualcheduno, o donna, o uomo, l’aveva
scoperto, e s’era messo a gridare:

«Si! sì! i signori, eccone laggiù uno dei signori….

«Il signor Fedele, l’avvocato! e’ fugge…. dàgli dàgli… lo vogliamo
con noi!

«È vecchio!–diceva un frate.

«Ed io son giovane?–rimbeccava un contadino.

«Ed io son più vecchio di lui!–gridava un altro di quei furibondi–ho
moglie e figli, e terre al sole per me il Signore non ce n’ha
messe….»

In mezzo a questo vociare, una dozzina di villici, accesi in viso come
al tempo delle svinature; si lanciarono alla volta della palazzina,
agitando le falci, i forcoli, il diavolo che brandivano, e chiamando a
nome il signor Fedele.

Questi toccata la soglia, s’era volto addietro alle grida; e al
luccicare di quelle armi, credette di sentirsele cascare sul capo,
entrare nelle reni fredde diaccie, si vide fatto in pezzi a dirittura,
e peggio che nel sogno della notte innanzi.

«Son morto!» sclamò, e chiuso l’uscio a due mandate, tirò il catorcio,
mise la stanga, non istette a rispondere alle figlie, venute a lui
piene di terrore: ma per un andito scuro si cacciò in cantina, si
buttò carponi; e squarciandosi i vestiti, e insozzandosi le mani e il
viso, spingi, ponza, e rispingi, potè rannicchiarsi sotto un tino,
donde mandò fuori rangoloso queste parole, alle figlie:

«Se non mi volete morto, andate via di qua…! Via…!»

Subito un gran rumore di colpi, menati contro la porta, fece
ammutolire le poverette che lo pregavano a uscir di là sotto, e più
terribili dei colpi s’udirono queste grida furiose:

«Fuori il signor Fedele! Aprite! Vogliamo lui! Siamo della valle!
Veniamo a pigliarlo per capitano! Vogliamo che ci meni ad ammazzar
tutti i Francesi! daremo loro come ai cani arrabbiati…. al lupo….
al diavolo in carne!»

Le voci diverse suonavano d’ogni parte intorno alla palazzina, nè
valeva il cascinaio a far che quei bifolchi smettessero dal gridare
selvaggio. Chè anzi alle due fanciulle da dentro, pareva girassero
cercando modo di salire sulle finestre, E stavano strette l’una
all’altra, aspettandosi ad ogni istante di vederli irrompere; quando
cessò il vociare, e porgendo orecchio udirono la parola soave della
zia Maria, che si volgeva alla fiera brigata da una finestra del primo
piano. Costoro vedendo quel viso di donna cieca, dipinto di sicurtà,
d’innocenza e quasi di fanciullezza; stavano a bocca aperta
ascoltando: tornati in quel rispetto che avevano sempre avuto per la
famiglia del signor Fedele, e già vergognavano d’aver osato tanto. E
la cieca diceva:

«Buona gente, abbiate compassione delle mie nipoti e di me; già mi
pare alle voci di conoscervi tutti. State quieti, voi cercate di mio
cognato, ed egli non è qui…

«Come? Non l’abbiamo visto coi nostri occhi?–diceva uno della
brigata, quasi consigliandosi coi compagni. E un altro:

«Ehm! pareva anche a me che avessimo preso abbaglio…. Il signor
Fedele sarà a C…. nevvero signora damigella Maria?

«Sicuro è a C….–usciva a dire un terzo, togliendo alla cieca il
pericolo di dire una bugia:–passeremo là e lo cercheremo…. lei
capisce signora, che se alla fine delle fini non siamo guidati, noi
ignoranti siamo buoni a nulla….!

«A rivederla, signora Maria, stia di buona voglia, che i Francesi sin
qua non verranno; e se qualcuno volesse farle male, ci faccia chiamare
anche a mezzanotte, che siamo cose sue….»

Così diceva un quarto, e con questa e con altre scuse e profferte, si
allontanarono sberettandosi, come se la cieca avesse potuto vedere
quei loro atti rispettosi. E con essi volle partire il cascinaio,
conducendo seco il maggiore dei suoi figli, tra le strida della moglie
e delle figliuole, che fecero intorno alla casa un piagnisteo da non
potersi dire.

Tornati quei furiosi al convento, la compagnia potè mettersi in
cammino. Con alcuni dei frati in capo, presero la via di C….
cantando a squarciagola, e levando un polverio che pareva mosso da
vento di tempesta. Di tanto in tanto qualcuno dava nel corno e a quel
suono rispondevano altri corni da altre vie, dove si vedevano altre
brigate, volte del paro verso C…. Questo era luogo di gran convegno,
perchè il parroco vi aveva dignità di vicario foraneo; vi sedeva il
magistrato del Re per la giustizia; il borgo era come la capitale
delle Langhe, e giaceva in sito da potervisi raccogliere gli stormi di
tutta la vallata, per quindi moversi alla grande ventura.

Tra questi stormi, uno ne veniva numeroso per la via maestra,
lungh’esso l’opposta riva della Bormida; e se non fossero state le
armi, che si vedevano luciccare, pareva una di quelle processioni, le
quali si solevano fare appunto in quella stagione, per implorare dal
cielo i buoni ricolti. Cantavano litanie e salmi a verso a verso, e
ogni poco prorompevano in urli feroci, come a tener deste le ire; e
innanzi a tutti cavalcava un prete.

«Quelli là hanno a essere quei di D….; li conosco, conosco la
giumenta del pievano….»–dissero a un tempo due o tre della brigata
venuta dal convento:–se da tutte le pievi ne vengono tanti, ci
troveremo a C… parecchie migliaia. Viva il pievano di D…!

«Viva San Francesco!» risposero quelli che erano proprio di D…., e
il pievano levò in alto il cappello, a salutare tre volte, con atto
d’un generale.

Don Apollinare in quel momento eroico della sua vita, si rifaceva
gongolando delle cose patite nell’ultime settimane. Le sue pene erano
state tante, che dal giorno in cui gli era capitata la lettera del
rettore di Montefreddo, aveva perduta del tutto la bella pace goduta
tanti anni; e quando il padre Anacleto, dopo la domenica in Albis,
l’ebbe abbandonato per tornarsene al suo convento, si sentì cadere le
braccia. Il suo pasto si venne assottigliando; le notti si svegliava
scosso da visioni che avrebbero fatto incanutire un leone; il
presbiterio gli pareva un eculeo; Placidia, la mite Placidia, un
ingombro fastidioso tra piedi; la calata dei Francesi un’uggiosa
minaccia che gli faceva sclamare: «o dentro o fuori una buona volta!»
Pur di finirla in qualche modo, accadesse quel che doveva accadere, ma
alla lesta: e stava pronto, la giumenta colla bardella addosso, e la
briglia lì appiccata al chiodo; sicchè il bando reale lo trovò, sto
per dire, coi lembi cinti e col bastone in mano. Lo lesse una, due,
tre volte sospirando; ma fattosi animo, si picchiò sul petto una
palmata e proruppe:

«Oh! alla fin fine anche questo è un rimedio! Avvenga che può; meglio
morire d’una cannonata che a furia di punture di spillo!»

Venuto l’ordine di far la mossa, messosi d’accordo coi seniori del
borgo, i quali pur non volendo, mostravano i segni della mala voglia;
mandò gente per la pieve a dare la posta per l’indomani sul sagrato,
che tutti gli uomini atti alla guerra vi venissero con armi e
munizioni. Il tramestio fu grande, e la notte egli potè vedere
dall’alto del castello, correre i lumi in ogni parte della campagna.
Gli parve d’avere sulle braccia un mondo, e fatto venire a sè il
sagrestano gli disse:

«Mattia, domattina si va…. Un’ora prima dell’alba darete dentro a
suonar a stormo…. O perchè ciondolate….? che avete paura?

«Paura io, che ho fatto tremare mezze le Langhe?…» rispose Mattia
trascinando le parole.

«Dunque siete briaco?

«Oh, signor pievano–rimbeccò Mattia mostrandosi quasi offeso: e
spingendo innanzi un piede, si provò a reggersi ritto sull’altro; ma
vacillò, vacillò sicchè per poco non andò a cascargli addosso.

«Schifoso!–urlò il pievano levandosi in piedi;–briaco la vigilia
d’un giorno in cui potremmo morire! Levatevi di qui…, e se domani
non sarete a segno, mal per voi!»

Mattia partì; e camminando tastoni per l’andito, passò dinanzi
all’uscio della cucina. Placidia che stava là dentro, sospirando l’ora
di poter andare a letto, e dicendo il rosario colla coroncina tra le
mani sotto il grembiale; indovinò che Mattia era in disgrazia, e gli
disse dolcemente: «Tiratevi dietro la porta.» Egli obbedì, e tirata
l’imposta dell’uscio da via, misurò contro quella i pugni chiusi,
esclamando: «Non dà un Cristo a baciare in tutto l’anno; e se si beve,
pare che si beva del suo! Sta pure, che se andiamo alla guerra ti farò
vedere il diavolo nell’ampolla!»

Entrato nella sua catapecchia destò la moglie, e le comandò (comandava
anch’egli a qualcuno), tenesse l’orecchio all’ore, e un tratto prima
dell’alba lo destasse. Poi si coricò vestito sul giaciglio, e colle
tempia martellate dal vino, cominciò a russare.

Don Apollinare messosi a giacere per riposare quelle poche ore, le
passò fantasticando; e stava per addormentarsi, quando squillarono i
tocchi della campana martellata, a stormo da Mattia, il quale colla
spranghetta al capo, aguzzava dal campanile gli occhi nel crepuscolo
mattutino. Tutta la campagna era un moto di villici; là come nella
valletta dove giaceva la villa del signor Fedele, come sarà stato in
tutte le pievi; era un accorrere, un gridare, un chiamarsi, un suon di
corni che non finiva. Il pievano balzò dal letto, e si diede attorno a
vestirsi, stupito di sè stesso, perchè gli pareva sentirsi dentro un
cuore di guerriero, nascosto, sino a quel giorno, a sua insaputa,
sotto la zimarra del prete. Placidia venutagli in camera a vedere se
gli bisognasse nulla, maravigliava anch’essa dell’aspetto sgherro di
lui; ma come egli badava a vestirsi, si ritrasse vergognosa in cucina
ad ammanirgli il caffè, che poteva essere l’ultimo.

«Placidia, io parto–le diceva egli venendo sin sulla soglia della
cucina e abbotonandosi la sottoveste:–l’avvenire è nelle mani di Dio;
voi rimarrete qui, rispettata da tutti…; e ad ogni evento, nel mio
inginocchiatoio, troverete di che vivere…: ah! son pur venuti i
giorni amari!»

La povera donna imbambolò, più pel suono della voce insolito ed
amorevole, che per le parole; e intanto la campana continuava a
suonare, e il sagrato a popolarsi, e il giorno a farsi chiaro, e l’ora
della partenza vicina. Allora il pievano mandò un ragazzo a prendere
il posto di Mattia sul campanile, e fece dire a costui che scendesse
ad arnesargli la giumenta, e al popolo che aspettando cantasse il
_Vexilla_.

Un urlo che parve di selvaggi tuonò sul piazzale, destando un’eco
solenne dalla chiesa; poi s’intese l’inno cantato da voci gravi,
diverse; e ad ogni tratto nuova gente, signori e villani alla rinfusa,
si mettevano in coro. In mezzo alla folla si vedeva Mattia, che teneva
a mano la cavalcatura del padrone, tastando cinghie, rivedendo
ordiglioni, parlando sommesso alla bestia, quasi per darle ad
intendere dove l’avrebbe portato.

Alfine, avendo bevuto il caffè, ed essendo l’ora di porsi in cammino,
il pievano apparve sulla soglia del presbiterio. Aveva indosso una
giubba smessa, in gamba certe brache vellose e rattoppate; e in un
fagottino recava la talare, che poteva accadere d’averne mestieri.
Appena fu visto, scoppiò un gran battimani; ed egli ringraziata co’
cenni la folla, aiutato alla meglio montò a cavallo. Poi data
un’occhiata a Placidia, rimasta alla finestra, piangente e sbalordita;
tese la mano e sclamò: «Dio è con noi! Ci siamo tutti? Andiamo!»

Discesero di castello, e trovarono al piano altra gente, con armi, e
forcoli e falci, cento maniere d’arnesi atti a far sangue. Le donne
benedicevano dalle finestre e dalle porte; i fanciulli si mettevano in
brigata, le madri li tiravano fuori sculacciandoli; e la signora
Maddalena, guardando dal suo piazzale quel moto confuso, ringraziava
il cielo, che Giuliano fosse lungi da casa. Vedeva quella turba irta
d’armi, e quegli stendali delle confraternite drappellati come dalle
braccia di pazzi, e raccapricciava: Marta, standole vicina, si doleva
di non essere un uomo, per poter andare contro i Francesi; e la
signora non fu quieta che quando lo stormo le uscì di vista, e la
campana cessò dal suonare.

Avesse suonato a lutto tutto quel giorno, e sarebbe stata giustizia.
Perchè la gente di D…, nel passare per la terricciola di R…, fu
come la maledizione di Dio. E sì che il villaggio si poteva dire
tutt’una cosa col loro borgo, tanto erano vicini; ma da rozzi si fa
presto a diventar malvagi; e trovate le case non difese, per avere gli
uomini di R…. fatta anch’essi la leva in massa verso C…;
cominciarono a pigliarsi brutti spassi, spaurire le donne, mandare a
male il vino nelle cantine, guastare alberi ed orti; e se don
Apollinare non si fosse adoperato a rabbonirli, certo sarebbe rimasto
poco da fare a quei Francesi, dei quali s’andava ad impedire la calata
e se ne dicevano tante ribalderie.

Come piacque al diavolo, ripresero la via verso C…, dove arrivarono,
come abbiamo veduto, che il sole era già alto. Il borgo pareva un
formicaio. Vi si lavorava a più non posso a far cartocci, ad affilare
vecchie armi d’ogni generazione. Di qua gli uni si facevano scrivere;
di là gli altri davano carta o la pigliavano, di loro negozi, dinanzi
ai notai, stando per andare tra la vita e la morte; sotto i filari
d’olmi si davano le cariche ai maggiorenti, che pigliavano diletto ad
essere elevati su su, grado grado, ai più alti onori della milizia,
generali, colonnelli, capitani; guai al popolo se avesse dovuto
provvederli tutti. Tuttavia le cose correvano onestamente; ma fra la
moltitudine s’aggiravano certi ceffi, furfanti da bosco e da riviera,
segnati nei libri della giustizia, e vissuti da anni mogi mogi; che
adesso ripigliavano ardimento e parevano i più valorosi. Alcuni
ribaldi affollavano la porta chiusa del caffè di Marocco. La moglie di
costui tribolava in mezzo ad essi lagrimosa, supplicando pel marito,
che poveretto stava morendo, e aveva in camera il prete che gli
raccomandava l’anima. Povero Marocco! Due giorni innanzi gli avevano
dato schioppo e cartocci, che stesse pronto a partire. Ma il meschino
a vedere quell’arme, s’era sentito giù per la schiena come un secchio
d’acqua diaccia; e fattala portar di sopra, stette un poco
rannicchiato vicino al fuoco; poi levatosi in piedi pallido come un
morto di tre giorni, prese la moglie in disparte, e le disse: «Tasta
che cuore! Sono un uomo morto!» Postosi a letto, chiamato il cerusico,
nè questi seppe trovargli il male, nè egli volle dirne la cagione; non
tolse più gli occhi da quello schioppo, la baionetta del quale
scintillava in un angolo della camera e gli pareva l’occhio d’un
assassino. Chi l’avrebbe mai detto! Un uomo par suo, che aveva sempre
avuti in casa soldati, s’era messo in capo che quello schioppo
l’avrebbe ucciso; e poveraccio moriva proprio in quel punto, che un
suon di tamburi, di corni, di trombe, un vociare di signori ornati di
grandi pennacchi, annunziava che lo stormo dei guerrieri della
religione e del trono, movevano a farla finita coi Francesi.

Movevano, ma fu gran fatica pei condottieri, montati sull’asine e
sulle giumente tutte nappe e sonagliere, meglio che nella festa di
Sant’Antonio. La moltitudine strepitava camminando come gualdana
infernale; miscuglio di entusiasmo, di vero valore, e di grosse
millanterie. Qua cantavano salmi o canzoni popolari: là procedeano
silenziosi ascoltando qualche vecchio novellatore; alcuni recitavano
il rosario tenendo in mano certe corone dai pippori così grossi, da
poterne all’occorrenza far palle da schioppo: e su tutte quelle teste
si vedevano l’armi appuntate al cielo. Erano più di due migliaia, e
avevano un’aria terribile e selvaggia.

Su su a quel modo per val di Bormida, si misero nelle strette, dove il
torrente rovina con voci strane, fra massi ispidi, smisurati,
precipitati dall’alto a frenare la collera dell’onda, che in tempo di
piena non dirompa le ripe.

Il sole andava sotto, quando i più volonterosi toccarono le vette del
monte di San Giacomo, sopra il Finale. Sul mare che si scopriva
innanzi, biancheggiavano vele verso Provenza, vele verso Portofino,
vele per tutto il golfo; mirabile alla vista pei mutamenti dei colori
onde s’andava tingendo. Quelle erano vele inglesi, napoletane e
francesi, che si davano la caccia in alto; mentre molti legni sottili
di genovesi avidi ed audaci, navigando marina marina, recavano
provvigioni verso la Francia affamata.

Lassù i nostri battaglioni, fecero la loro fermata in sul tramonto;
quasi stupiti che il sole osasse discendere come tutti gli altri
giorni. Dalla vetta del San Giacomo a quella del Settepani, non si
vedeva che gente, stendardi e croci; non s’udivano che grida; pareva
la tregenda. Don Apollinare seppe del rettore di Montefreddo, e
d’altri preti, suoi amici, venuti lassù coi popoli delle due vallate
della Bormida, e ne provò consolazione. Ma quel che più gli piacque fu
la notizia che i francesi non erano molto vicini, e prima d’arrivare
sino a lui avrebbero avuto a sbrigarsela colle soldatesche piemontesi
e alemanne. Gli parve di potersi riposare tranquillo a piè d’una rupe
trovatagli da Mattia. Tuttavia l’ora della sera gli volgeva il desio;
e la mente gli fuggiva al suo presbiterio, al desco, a Placidia;
persino a Placidia, per la quale sentiva in quel punto un affetto mai
più provato.

Mattia, intanto, sbocconcellava un po’ di focaccia, e aveva intorno un
capannello di compaesani, che si facevano narrare da lui le prodezze
della sua vita; perchè egli era stato da giovane bravazzo ai servigi
dell’ultimo signorotto d’una terra vicina a D…, e in opera di trovar
costure aveva avuto gran nome. Dicevasi di lui che la mira
dell’archibugio l’avesse posta bene più d’una volta; ma le erano
memorie lontane più di quarant’anni; e di quelle sue ribalderie, egli
ne dava carico a personaggi di fantasia, o al suo padrone. Adesso
raccontava di costui la mala morte; e diceva ai villici, tutti orecchi
ad ascoltarlo:

«Era un vecchio, ponete come sono io, ma robusto e prepotente. Un
giorno certo giovinotto tornava da chiesa, dove s’era sposato alla più
bella ragazza della terra. Il marchese si fece sulla via incontro agli
sposi e alla comitiva, chiedendo i suoi diritti, i suoi diritti…
«Che diritti? gridò il giovane stizzito; quelli forse d’andarti
all’inferno?» E lanciandosi contro il marchese coi pugni stretti, gli
diede un punzone così forte nel petto, che il povero diavolo andò
ruzzoloni e precipitò in un borro, tutto rovi e sassi, sfracellato
morto, che non ebbe il tempo a dire _amen_! Beh! mi par di vederlo!»

Qui Mattia faceva colle labbra un versaccio, come avesse posti i denti
in un frutto lazzo ed amaro.

«E voi?–gli chiedevano gli uditori.

«Io? Io m’affacciai al precipizio, guardai, inchinai gli sposi: poi
feci nell’aria un gran crocione, e addio vicini, mi tramutai. E venni
nel vostro paese, dove mi acconciai col pievano defunto, e vi ho
seppelliti mezzi, e ho fatto gran bene all’anima mia. Nevvero, signor
pievano?

«Sta bene, sì, sì…»–disse don Apollinare vergognoso di vedersi
usare dal sagrestano tanta dimestichezza. Ma avendo mestieri di
tenerselo amico, trangugiò quel boccone.

A un tratto un gran parapiglia, un vociare rabbioso, un suono di colpi
menati, in luogo più basso furiosamente, fece sorgere lui, e Mattia, e
tutta quella gente che avevano intorno; ma egli con diverso animo,
perchè corso alla giumenta fece atto di voler montare in sella,
gridando: «I Francesi!»

«Stia, stia,–gli gridò il sagrestano–sono quei di A… che si
picchiano fra loro!

«Allora datemi l’orcio dell’acquasanta, vado a chetarli!

«Che!–rispose Mattia–vorrebbe scendere laggiù a buscarne? Faccia da
qui che l’acqua santa va da sè: Vede come si fa?»

E preso in mano l’aspersorio, che per volere del pievano aveva recato
dietro coll’orciolino e con altre carabattole; lo agitò in aria due o
tre volte, poi lo diede a lui che benedicesse quei furibondi. I quali
volendo accendere i fuochi, pel freddo che faceva su quelle alture,
avevano cominciato a contendere nel far legna e da ultimo a menar le
mani, a strapparsi code, a scaraventare cappellacci, sino a che la
pace potè tornare, che fu briga assai lunga.

Don Apollinare credette d’aver fatto col suo aspersorio assai; e
venuta la notte, s’avvolse per bene nel ferraiuolo, non senza aver
molto raccomandato a Mattia di vegliare. Questi gli si sdraiò vicino,
facendo conto di dormire con un occhio, e di contare le stelle
coll’altro: e noi lasciandogli a serenare, tirati dalla carità ci
rifaremo in fretta dal signor Fedele; che non avesse ad affogare sotto
quel tino, dovo l’abbiamo visto cacciarsi.

 

CAPITOLO QUINTO

 

Vada Giuliano in buona ventura senza che mi pigli vaghezza di
cavalcargli in groppa. Allora non mi potrei tenere dal descrivere i
monti e le valli per cui aveva a passare, e sarebbe troppa tela. Dirò
soltanto come quel giorno a notte chiusa, Rocco rivenisse menando a
mano la giumenta del giovane, e smontasse alla porta della signora; la
quale volle dargli cena con sè, e gli fece raccontare dell’andata, e
dei discorsi, che, egli disse, erano stati corti e mesti. Tra via non
avevano avuto altra molestia che di sentirsi, ad ogni tratto, chiedere
novelle dei Francesi; e il colono s’era scompagnato dal padrone in sul
mezzodì, lasciandolo in Alba all’osteria chiamata un tempo dello Scudo
di Francia; donde faceva conto di riporsi in via l’indimani al proprio
destino.

Così i nuvoloni addensatisi sul tetto della signora Maddalena, erano
dissipati dal vento che soffiava dall’Apennino, portando innanzi al
suo furore, altri nuvoloni gravidi di maggior tempesta. E già si
sentiva quanto sarebbe stata furiosa nello scoppiare; soltanto a
vedere come a C…. corressero giorni di gran travaglio, per la
soldatesca, che vi aveva le stanze da parecchi mesi. Il generale
Alemanno pareva sulle brage, attendendo di Lombardia aiuti che non
capitavano mai; ed in cambio gli giungevano ogni tantino cavalieri in
gran diligenza, i quali venivano dalle montagne verso la marina, per
quello che si poteva argomentare, portatori di novelle non liete. A
poco a poco, il popolo indovinava le verità tenute nascoste; e già si
sapeva che i Francesi, in sul cominciar dell’aprile, ripigliate le
offese, si ricattavano assai bene dei danni patiti l’anno innanzi, per
forza dei Piemontesi, i quali gli avevano fugati a Raus, e afflitti di
molte morti. Adesso tornavano grossi e minacciosi, e sebbene per
quell’anno non fossero ancora venuti a battaglia di campo, tuttavia
l’aspetto delle cose era da far presagire che sarebbero usciti
vincitori.

In casa al signor Fedele, qualcuno aveva aperto il cuore alle voci di
prossimi eventi, e Bianca sentiva una dolce promessa, da quell’aria
procellosa che ho detto. Dopo che s’era confidata colla zia dell’amor
suo per Giuliano, dicendo che tra l’Alemanno e la morte avrebbe scelta
quest’ultima; la povera cieca, consigliatasi con Don Marco, la
confortava a persistere nel rifiuto, ma con dolcezza. Il buon prete,
ogni volta che lo poteva, dava ad esse novelle di quelle parti, donde
rivenivano soldati piemontesi o alemanni feriti, narrando cose
dell’altro mondo; e sgomentando i compagni che vi s’avviavano
melanconici, come persone che sapessero d’andare a certa morte. Egli e
le donne, ne provavano pietà; ma facevano voti per i loro nemici; il
prete sperando da questi miglior vita pel popolo; esse pensando che a
vincere il signor Fedele, nulla avrebbe giovato se non la calata di
quei Francesi, i quali per quanto male si udisse di loro, alla fine
delle fini dovevano essere uomini anch’essi. Era vero che si potevano
credere cose terribili, a vedere le centinaia di famiglie liguri, che
capitavano ogni giorno, coi loro preti, in lunghissime processioni:
gli uomini carichi di masserizie; le donne coi bambini in sulle
spalle; i vecchi menati dai nipoti, scalzi, piangolosi, affamati; ma
che valeva? Interrogati come avessero abbandonati i loro villaggi, non
sapevano che si dire; e coll’aspetto di chi va, nè sa perchè mova, nè
dove riesca, narravano di danni patiti di casi atroci avvenuti nei
borghi vicini. A conti fatti venivano cacciati a quel modo dalla
paura. Maria poneva mente a una cosa, ed era che non s’udiva
raccontare da quella gente, che i Francesi avessero fatto onta alle
donne. E da questo traeva conforto a sperare, che il diavolo fosse men
brutto di quello si credeva; perchè se i Francesi rispettavano le
donne, di certo erano in tutto migliori degli Alemanni; questi avendo
dato a parlare di violenze fatte qua e là a donne del contado, che per
quello se ne diceva non erano state poche. E non si tenevano dal
menarne vanto i loro uffiziali, chè anzi vi facevano sopra le grosse
risate; e la cieca che sapeva queste cose da don Marco, pensava come
la pensarono indi a poco i popoli delle Langhe, i quali lasciarono per
ricordo un proverbio che diceva di quei Francesi d’allora «meglio essi
nemici, che gli Alemanni amici.»

Ma sino a quel punto, i più non vedevano altro Dio che costoro; e come
dèi gli adorava Marocco, vecchio volpone, che conduceva in C…. un
caffeuccio, proprio in sulla piazzetta del borgo. Egli se gli era
tenuti sempre bene edificati, e si dava attorno a servirli colla
moglie che aveva bella: nè faceva segno di recarsene, dove questa
sorridesse ad alcuno di essi, o rispondesse piacevolmente ai loro
motti arditi. Pur di brancicar monete, sarebbe stato ad occhi chiusi
tutta la vita; e già dacchè gli Alemanni erano nel borgo, aveva messo
in serbo di belle doppie. La sua era una botteguccia a modo, e antica
al mestiere che ei vi faceva dentro; come si vedeva all’insegna sopra
la porta, dalla quale si sarebbe potuto cavare la più bella vignetta,
che abbia mai ornato frontispizio di poema eroicomico. Era una tavola,
dipinta di molte figure, che volevano essere la meglio parte soldati,
assorti in enormi stivaloni, e stranamente ingoffitti da immani
cappellacci. Effigiati com’erano a sedere, guai se quei soldati si
fossero levati in piedi; e peggio se in atto di scaraventare i
bicchieri e le bottiglie che avevano innanzi; i cocci ne sarebbero
andati sin chi sa dove, tanto erano tremendi in vista, pei mostacchi
non più veduti, e per occhi che mostravano il bianco, come di cani
ringhiosi. A ciascuna di quelle figuracce, Marocco sapeva dare un
nome; e a udirlo, erano ritratti d’antichi Uffiziali del Re di
Sardegna, stati a presidio nel borgo, per far la guardia alla
repubblica di Genova, che non entrasse in corpo al loro Sovrano.
Questo era un gran giocator di pallone; quest’altro amoreggiava la
madre d’una signora del borgo, che viveva ancora; quello faceva tremar
la gente solo che s’affacciasse alla finestra… Marocco conosceva di
tutti vita e miracoli, sapeva dov’erano nati, dove morti, e fino dove
sepolti. «La mia bottega, diceva egli mescendo agli Alemanni, fu
sempre il convegno dei valorosi! Il conte tale, il cavalier tale,
tutti nobiloni dei primi casati del regno, venivano qui, ed erano
soldati allegri e spenditori; ma come loro signori, in coscienza non
ve n’ho avuti mai!» E pigliava un gusto matto, a farsene far fede dai
signorelli del borgo, i quali venivano a giuocare un tantino in sul
desinare; cari una volta ora gabbati da Marocco, che si faceva udire a
chiamargli scaldapanche. Buscava da essi qualche scapellotto, ma pur
di far ridere i suoi signori Alemanni, non vi badava.

Un giorno, (che non monta sapere qual fosse, o decimo o ventesimo dalla
partenza di Giuliano da D….); nella bottega di Marocco, si faceva un
gran dire della guerra ricominciata. Era voce che il generale Alemanno
avesse ricevuto ordine di recarsi con tutta l’oste verso Nizza; perchè
i Francesi venivano, cacciando di là i Piemontesi, vinti a Dolceaqua,
al colle delle Forche, a Raus, e si parlava della rocca di Saorgio
investita. I discorsi s’incrociavano come spade, e tutti parevano là
dentro sulle brage, pel gran desiderio di menar le mani. Un solo non si
mescolava in quei fervori; ed era quell’uffiziale, che si sentiva
morire di Bianca, e non vedeva l’ora di poterla sposare. Stava raccolto
in un angolo, gomitoni su d’un deschetto, che sebbene fosse sodo,
pareva lì per isfasciarsi sotto quel peso. Di tanto in tanto beveva un
sorso d’acquavite ad un grosso bicchiere che aveva innanzi; e chi
avesse potuto vedere i sussulti del suo cuore, di certo diceva che
bevesse per darsi coraggio, a udire i compagni parlare in quei modi di
guerra e di morte. E sì che egli era prode e cimentoso; nè si conosceva
chi fosse più esperto di lui, a condurre partite notturne, a farla da
scorgitore, a caricare il nemico menandogli addosso una ruina di
cavalli: ma tant’è non poteva farsi vivo, e stava mesto in quella
guisa; quando capitò alla bottega un giovano trombetto, il quale, data
un’occhiata intorno, gli fu dinanzi, e fatto quella sorta di
scambietto, che gli ussari costumano nel salutare, recossi la mano alla
visiera e gli disse: «signor uffiziale, il generale la vuole.»

L’uffiziale accennò d’aver capito, il trombetto ripartì ed egli gli
tenne dietro, lontano pochi passi.

Il generale era un vecchio prode della guerra dei sette anni, ed abitava
di faccia alla chiesa, una delle migliori case del borgo. I signori che
l’albergavano, s’erano ridotti stretti da averne disagio; ma pur di
piacere a quell’uomo rigido e sornione, pur d’averne un sorriso benevolo,
si sarebbero acconciati a star sui solai: e nelle molte stanze occupate
da lui, avevano accozzati quanti arredi e quadri tenevano in casa, che
pareva una dogana. Le volte che egli gli degnava, si sbracciavano a
mostrarsi più alemanni di lui: e rammentavano d’aver visti i proprii
padri e tutto il borgo, piangere nell’anno 1737, ch’essi chiamavano
sottovoce funesto, perchè le novanta terre delle Langhe erano state
cedute in quello, dall’Imperatore al Re di Sardegna. Narravano, con
sazievole loquacità, a tutta la canatteria di soldati scribi, ond’era
ingombro il quartiere, come avessero avuto uno zio, morto a Belgrado,
capitano ai servigi dell’Impero; e ne ponevano in mostra il ritratto,
meravigliando che quei soldati non s’inginocchiassero a salutarlo.

Quel giorno, in quella casa, tutti s’erano accorti del tempo ch’era
cattivo: e quando videro l’uffiziale entrar dal generale, lo
salutarono, gli fecero dietro gli occhi grossi; e osarono
compiangerlo, perchè certo andava a farsi scaricare addosso qualche
sfuriata.

Com’egli fu dentro; e vide il generale imbroncito, fece come quei
soldati, che, dovendo starsi colle armi al piede, bersaglio d’un
nemico cui non possono assalire, chinano il capo rassegnati a qual
sorta di grandine stia per cadere. Recò la destra alla visiera, e
rimase poco oltre la soglia, stecchito, gli occhi negli occhi del
generale: il petto sporto, e l’altra mano giù dall’anca, che pareva di
legno posticcia.

«Cinque passi in qua!–disse asciutto asciutto il generale.., e
l’altro avendo fatti i cinque passi contati, senza scomporsi:–Signor
uffiziale–continuò–ho qui per lei un plico, che mi si raccomanda
molto da Vienna; vi deve essere dentro la licenza datale, di sposare
una zitella di questa bicocca, e su questo non ho a ridire. Ma ella mi
ha taciuta la dimanda fatta di qua a sua Maestà; (qui salutò come se
l’Imperatore fosse stato là a udire) ella non s’è governata da quel
soldato che crede d’essere ed è. Sia grata, non a me, ma al rispetto
che ho per la sua promessa sposa, a me ignota, se mi accontento di
consigliarla a non dimenticare fra le gioie del matrimonio, che noi
siamo qui per menar colpi di spada in servizio dell’imperatore.»

E salutando una seconda volta il nome dell’Imperatore, porse la carta
all’uffiziale, che togliendola colla sinistra, e udendosi dire:
«vada», fece il suo scambietto, quasi barcollando, poi diè di volta
sui tacchi tutto d’un pezzo, lasciandone il segno profondo e polveroso
sull’ammattonato.

Sebbene le parole del generale, gli fossero parute troppo acerbe, egli
discese le scale speditamente, come uomo lieto; corse difilato al suo
quartiere, e dalla voglia spasimata di leggere quelle carte, ogni
passo gli si faceva un miglio. Appena potè alzare i sigilli e aprire i
fogli, brillò tutto nel volto e nella persona. Era proprio la licenza,
che i suoi, gente d’alto stato, gli avevano ottenuta dall’Imperatore.
Essi n’erano in collera; ma come lo sapevano uomo di forti propositi,
s’erano acconciati a quel fatto maldicendo la maliarda italiana, e
pregando per lettera il generale a vedere almeno che la sposa fosse
zitella dabbene.

Come ebbe letto, l’uffiziale si fregò le mani, si rassettò addosso i
panni, diè una scossa del capo; e via di buona gamba a casa il signor
Fedele.

Costui pareva fosse all’uscio ad aspettarlo; perchè egli non aveva per
anco stesa la mano al cordoncino del campanello, e già l’imposta
s’apriva, lasciando vedere la persona dell’arzillo leguleio; il quale
presolo per mano, lo trasse dentro con paterna dimestichezza.

Messisi a sedere, là proprio dove, giorni innanzi, la signora
Maddalena e il signor Fedele avevano avuto il colloquio che noi
sappiamo; l’uffiziale fu primo a parlare della faccenda, e dopo lungo
discorso, porse le carte allo suocero, che gli pareva un Dio….
Questi presele come roba che aveva in pratica, si pose a guardarle
ammirando l’aquile, le corone, i suggelli; tutte cose significanti la
razza gentilesca e il gran luogo ove il barone era nato. Non vi lesse
dentro, perchè non ci si sarebbe raccappezzato; ma assicurando
l’uffiziale che non era mestieri di tanto, ripose i fogli, gli strinse
le mani, vezzeggiandogliele e guardandolo in guisa, che il poveretto,
a vederlo come si lasciava fare, aveva l’aspetto d’un leone in balia
d’una volpe spelacchiata.

«Ed ora se le par tempo–disse alfine il barone dolcemente–vorrei
vedere Bianca…»

Il signor Fedele balzò ritto, come per rispondere al desiderio più
ratto del desiderio stesso; e corse per la fanciulla nell’altre
stanze, lasciando lui colla mano sul cuore pieno di un senso, che gli
rammentava gli strani ribollimenti di sangue provati sul cominciare
delle battaglie. Il pover’uomo aveva più di trent’anni, e amava come
un giovinotto di qua dai venti.

Il padre di Bianca aveva mandato innanzi il fatto sino a quel punto,
che non bisognava altro che far gli sponsali e andare in chiesa a dir
sì; nè aveva chiesto mai alla fanciulla di qual animo stesse verso
l’Alemanno, e se fosse per acconciarsi a sposarlo. Perchè non ne
dubitava nemmen per ombra, e per lui la potestà paterna non aveva
confini o rispetti. La trovò soletta a cucire nella sua camera,
dov’essa soleva stare raccolta, come le aveva consigliato don Marco.

«Animo! Bianca,–le disse–poni indosso il tuo più bell’abito, e vieni
in sala a vedere lo sposo.

«Che sposo?–sclamò la fanciulla colta all’improvviso, alzando i dolci
occhi nel padre.

«Eh via! non farmi la bambina! O che credevi che il barone venisse qua
innamorato di me?

«Se avessi viva mia madre,–rispose Bianca mestamente–mi
consiglierebbe e risponderebbe per me: ora, babbo, la prego di dire a
quel gentiluomo ch’io lo ringrazio, e che se mi lascerà stare pregherò
sempre per lui.

Come! come! come!–tempestò il signor Fedele, incrociando le braccia
sul petto, e rimanendo a fissarla un tantino;–moviti e non farmi
rage, che qui non è caso di ringraziamenti nè di preghiere! Ho fatto
tutti i passi per amor tuo, e lo sposo è là che muore dalla voglia di
parlarti.

«Ebbene, gli chiegga perdono in mio nome, ma io di là non vengo.»

A questa risposta calma e risoluta, il Signor Fedele dirugginì i
denti, come un beccaio arrota i suoi coltellacci, ma si rattenne. E
posta la mano sul capo della fanciulla, che s’era di nuovo curvata al
lavoro, diceva colla voce più dolce che gli riuscisse fare:

«Tu…. tu…. vorresti negare a tuo padre la gioia di vederti ricca;
ossequiata da tutti questi gentiluomini; invidiata da tutte le signore
del borgo; sposa d’un uomo, il quale, nonchè barone, deve essere un
principe? Tu vuoi vederci morire lui e me?

«Fosse il figlio del Re, piuttosto che sposarlo, morirei anch’io!»

Non aveva finito di dire, che il Signor Fedele era lì per darle le
mani nel viso: ma pensando a quel che ne poteva seguire, si trasse
indietro un passo, e guardandola con occhio, che se fosse stato al
buio, avrebbe mandato lampi, tese la mano verso di lei, quella mano
che le aveva posta sul capo amorevole; e uscì di quella stanza. Fuori,
stette un istante a ricomporre il volto, poi, colla maggior calma che
potè, cominciò a parlare come interrogasse e rispondesse a qualcuno.
«Torneranno? Stassera? Oh la testa vuota! Vecchi vecchi…!» E
rivenuto dov’era il barone:

«Vecchi! Vecchi!–continuava–badi, badi a non invecchiare, perchè si
perde il meglio, la testa e la memoria…. Vede che mi accade? Stamane
ho mandato le mie figliuole a ricrearsi un tantino alla nostra villa
vicina a quel convento, là, che si vede stando sul ponte…., ebbene,
vegga memoria! Andava a cercar di Bianca par la casa. Rida, rida, ma
perdoni; trovo qualcuno, e mando a dire che tornino subito…»

Così dicendo faceva segno di voler andare; ma il barone rattenendolo:

«No no… per quanto mi spiaccia non poterla vedere, non voglio torre
alle sue figliuole un’ora di spasso…. A domani, a domani….»

Il loro colloquio durò un’altra mezz’ora; durante la quale, il signor
Fedele, pur avendo il capo ai rifiuti di Bianca, seppe così bene non
farsi scorgere, che parve tutto occupato del suo interlocutore. Questi
poi, prese commiato; rimanendo tra loro che l’indomani si sarebbero
riveduti per condurre a termine ogni cosa; ed essendo già l’ora
dell’abbassare del giorno, se n’andò tutto solo a passeggiare sotto
gli olmi, e a guardare la via, se vedesse Bianca tornare.

Aveva bell’aspettare; e in verità, sarebbe stato meglio per la
fanciulla essere su quella via, perchè in casa aveva a passare un
triste momento. Suo padre, vistosi solo, fece come colui che giunge a
strapparsi il bavaglio che l’affogava. Uscì in un largo respiro, e a
passi lenti, accigliato, con una mano tormentandosi la coda tirata sul
petto, coll’altra agitando la catenella d’uno dei due orologi che
aveva nelle saccoccie della sottoveste, fu dinanzi a Bianca; la quale
non era più sola, la zia e Margherita essendole venute in camera poco
prima. Le fu dinanzi:

«E se–disse, quasi continuando il discorso–se voi non lo sposerete,
neanche se fosse il figlio del Re; in coscienza il barone sposerà voi,
dovessi strapparvi la lingua, per farvi dir sì!»–E volto alle due con
grand’ira: «E voi che fate? Levatevi di tra piedi!

«O babbo, o cognato!–sclamarono la cieca e Margherita: e questa gli
abbracciava le ginocchia, quella tendeva le mani come per cercare le
sue. Ma egli respingendole e gridando che non aveva nè cognata nè
figlie, le mise fuori della camera, chiuse le finestre, andando e
tornando come forsennato; e fu di nuovo sopra Bianca, pallida,
silenziosa, seduta, colle mani abbandonate sulle ginocchia, come
un’antica vergine cristiana, che ne’ sotteranei del circo stesse
aspettando d’essere data alle fiere.

«Orsù–ripigliò–a qual giuoco si fa tra noi? Parliamoci corto: lo
sposerete?»

E Bianca umile e mansueta: «non posso.

«Non posso!–urlò il padre–non voglio, dovete dire! Ed è una trista
parola, per risponderla ad un padre della mia sorta! Chi mi vi ha
fuorviata a questo modo? Ho inteso dire che le fanciulle osano
talvolta innamorarsi!… impallidite? Ditemi la parola, che vi veggo
lì sulle labbra; ditela che me la possa appiccicare bene qui,
all’orecchio…! Dunque voi volete bene a qualcuno? Forse io so a
chi…., ma non voglio saperne il nome da voi…., no…., sarei viso
da farlo ammazzare…!»

Bianca diede un grido, il padre incalzava ghignando.

«Se domani, udiste dire da qualche feminetta di quelle che passano per
la via: «hanno ammazzato il tale…. Oh! no no…, non temete, per ora
non lo farei….; ho bisogno di tranquillità…. E la troveremo la
tranquillità; stassera partiremo…., andiamo alla villa; voi non ve
ne accorgete, ma siete ammalata….; se foste sana dovreste domani
essere qui a parlare col barone, e sareste tale da guastarmi ogni
cosa….; alcuni giorni di malattia, e do’ sesto al vostro cervello, e
all’altre faccende; e fra tre o quattro settimane si faranno le nozze.
Vedete? il sole va sotto…., fra un’ora s’andrà….»

Spinse l’uscio, e vedendo damigella Maria e Margherita, che non
s’erano potuto staccare di là dalla tema che egli percotesse Bianca;
«anche voi,–proseguì–anche voi cognata, e tu pure pupattola mia,
tutti alla villa, a godersi la primavera! Oh le buone donne, che io ho
in casa…! Vedete, Bianca? Pregano Dio che vi tocchi il cuore, e vi
renda il senno. Pregate, preghiamo….» E se n’andò.

La cieca e Margherita, tremavano strette l’una all’altra come due
pellegrine, colte tra via da temporale furioso; nè osarono dirgli,
parola. Ma come furono sole con Bianca, la abbracciarono ambedue con
gran passione; poi Maria con voce tremebonda come chiedesse la carità
le disse: «ed ora, che faremo?

«Anderemo alla villa» rispose Bianca.

«Ma tu…. tu…. come ti salverai? come faremo noi ad aiutarti? oh
colui, quell’Alemanno chi l’ha mandato per nostra sciagura?

«Oh!–sclamò la fanciulla, con volto impresso di mestizia e di
fede:–la Provvidenza–ha salvato fanciulle smarrite in mezzo alle
selve, e in mano ai masnadieri, e abbandonerebbe me….?»

In pochi momenti, il dolore le aveva fatto pigliare tanto vantaggio
sugli animi di quelle due dolci creature, che nel dire parve ad esse
una santa. E l’ora passò sì presto, che non avevano raccolto il po’ di
fardello che loro sarebbe bisognato in villa, e il signor Fedele venne
a pigliarle. Chiuse per bene le porte di casa, uscirono fuori del
borgo, per quel vicolo dov’era passata la signora Maddalena, nel suo
ritorno doloroso. Coperte di lunghe guarnacche nere, le due fanciulle
reggevano il passo della zia, tenendosi strette a lei, come usavano
menandola a messa; e il padre dietro, per un sentiero fuori mano, le
fece scendere nel greto del torrente. La povera cieca, inciampava ne’
ciottoli o si pungeva tra le spine, ma non fiatava; dolendosi solo di
non aver potuto parlare a don Marco prima di partire, chè di certo da
lui avrebbe avuto qualche sano consiglio. A un certo segno, il
sentiero entrava sott’uno degli archi del ponte, che rimaneva a secco
per la povertà del torrente; e mentre esse passavano i pipistrelli
spiccandosi dalla volta, venivano spauriti a sbattere l’ala nelle loro
persone; di che tremavano poverette, quanto il signor Fedele
d’incontrarsi coll’Alemanno, o in chi potesse dar voce nel borgo di
quell’andata notturna e misteriosa. E però s’era messo per quel passo
mal destro, come avesse gente insieme che andasse a mal fare.

Ebbero a tribolare oltre il ponte anche un poco, poi risalendo a
mancina su per la ripa erbosa, furono sulla via, grande, ma scura
scura per i pioppi fitti che non vi lasciavano raggiare la luna,
levatasi pur allora. Di là per campi e per vigneti, giunsero alla
villa, dove la famiglia del colono era già a riposo. Solo vegliava il
capo di essa, uomo di buona età e vigoroso, il quale sedeva sulla
soglia della casa, e faceva guardia alla roba, per tema dei soldati
Alemanni, che uscendo la notte dai loro campi, andavano rubando, e
ogni mattina s’udiva a parlare di pollai vuotati, e sin di vitelli
rapiti.

«Chi va di notte!–chiese costui levandosi ritto, con un grosso
bastone fra le mani, e venendo oltre al rumore delle pedate.

«Siam noi, Lorenzo,–rispose il signor Fedele.

«Come? il padrone a quest’ora? che fatto è? perdoni, chiamo i
figliuoli….

«No no…, sta cheto, vogliamo far domani un po’ d’allegria, e veniamo
sin d’ora…; non abbiamo mestieri di nulla, salvo d’un po’ di lume,
che tu m’aiuterai ad accendere, e poi tornerai alla tua guardia….
Avanti figliuolo, che la guazza fa male…»

Entrati nella palazzina, e acceso il lume, il colono se ne tornò a’
fatti suoi, un po’ maravigliato dell’aspetto delle signore che
parevano venute a un mortorio: e il signor Fedele senza far ad esse
parola, le mandò a dormire, Poi s’appartò taciturno, s’allungò in sul
letto, s’affagottò tra le lenzuola; e là si mise a pensare come
avrebbe trovato modo di indur Bianca alle buone, a quel matrimonio.
Interrogava per sè, e rispondeva per lei, da principio esortando, poi
minacciando. Essa sempre ferma; egli allora a fingersi ammalato dal
dolore. Invano. Bisognava rivolgersi ai castighi, e si pose a
cercarne: e fu buona cosa che presto s’addormentasse, perchè pensando,
chi sa che inferno avrebbe immaginato ai danni di quella infelice.

Non andò guari, che mentre egli giaceva russando forte, e le tre donne
vegliavano parlando basso tra loro; un suono mestissimo di campana,
venne per la solitudine dell’aria, come voce che dicesse al cielo, o
ai morti, o a non so che altro misterioso che esiste: «qualcuno veglia
a quest’ora sopra la terra!»

Era la campana del convento dei Minori di San Francesco, che sorgeva
poco discosto. A quei tocchi Bianca alzò il capo, e porse ascolto con
tanto desiderio, che più non avrebbe fatto, se fossero state voci
della madre sua, morta. E poi volgendosi alla zia, nel buio della
stanza: «Oh!–disse–e noi non ci avevamo pensato! Zia, se mi facessi
monaca?

«Preghiamo–rispose la cieca–i frati s’alzano a quest’ora per
discendere in chiesa a pregare….»

Margherita piangeva. Tacquero, rimasero deste un altro momento; poi
come l’ora e la stanchezza poterono più del travaglio del cuore,
s’addormentarono; e Bianca sognò tutta notte, monache, chiese e canti
devoti.

L’indomani il signor Fedele, s’alzò prima dell’alba, e fattosi sulla
soglia della loro camera, gettò dentro queste parole: «nessuna di voi
vada fuori, sino a che non sia tornato». E disceso alla casa colonica,
che era muro a muro colla palazzina, comandò al cascinaio ed alla
moglie di lui, che non parlassero ad anima viva nè della sua venuta in
villa, nè dell’ora, nè d’altro; e badassero bene a non farsi vedere
con damigella Maria e con Margherita, per non dar ombra a Bianca: alla
quale, gli fossero segreti, pareva stesse per dar volta il cervello,
dalla gran paura dei Francesi; e in tutto e tutti vedeva nemici e
spie.

«Povera signorina!–sclamava la cascinaia impietosita e sciugandosi
gli occhi col grembiale, stette a udire gli ordini che le dava il
padrone, per la colazione delle signore; uova, cacio, latte. Poi fece
vedere una focaccia cavata allora di sotto la cenere, avvolta in un
mantile bianco come la neve, e cotta proprio per esse; che venendo
alla villa solevano chiederle sempre di quella sorta di pane. Il
signor Fedele contento della donnicciuola partì.

La curiosità è femmina e sirocchia della ignoranza; onde non è a dire
come pungesse l’animo della cascinaia. Costei non attese d’essere
chiamata, ma tolta quella roba che le aveva detto il padrone, se la
recò in un cesto, entrò nella palazzina, salì le scale; e facendo a
fidanza colla bontà delle signore, disse fra sè: «se mi colgono dirò
che veniva con questa grazia di Dio; se no voglio un po’ vedere che
cosa è questo mistero….» Cattellon catelloni, s’appressò all’uscio
della camera ove esse erano, le vide attraverso la toppa; e si mise a
origliare.

Altro che parere in punto d’andarsi in volta col cervello! Bianca
parlava di suo padre, che voleva sacrificarla, calma, affettuosa, e
diceva di volersi far monaca per togliersi da questo mondo, che non le
era parso mai bello. Le altre due le rispondevano, ingegnandosi di
consolarla; ma il discorso era così avanti, che la contadina non ci si
poteva raccapezzare. Quanto avrebbe dato, pur di sapere tutto quello
che avevano detto! Ad un tratto le parve che Margherita volesse
muoversi; ed essa togliendosi di là come un folletto, e chiamate di
sulla scala le signore, fece le viste d’essere venuta allora allora,
portando la colazione.

Intanto il signor Fedele era in via alla volta di C…., e vi giungeva
che il sole non era peranche levato. Molto stupì vedendo gli Alemanni
sotto i filari d’olmi, e la squadra di cavalli schierati e pronti; non
come gli altri giorni per andare agli esercizi, ma con quell’aspetto
diverso, affaccendato, quasi zingaresco, che hanno le milizie in punto
di levare il campo. I signorelli del borgo si tenevano in mezzo gli
ufficiali, dando e pigliando fede d’amicizia, con grandi strette di
mano, con quella ciera tra sciocca e sbigottita dell’uomo che,
rimanendo a casa, conforta a starsi di buona voglia chi va agli
sbaragli della guerra. I preti v’erano tutti, salvo don Marco; ed
avevano i volti compunti, e parlavano del Dio di Sabaot, che guardava
dal cielo le invitte spade dei loro amici. Gli uffiziali ridevano e
s’accarezzavano i mustacchi.

Come il signor Fedele fu in parte da essere veduto, il barone che non
aveva perso d’occhio un istante quella via per cui veniva, gli corse
incontro, chiedendo che fosse stato di lui e della famiglia.

«Nulla!–rispondeva quegli–non fu nulla; ma qui che è questo che
veggo?

«Mi dica di Bianca, Bianca….?

«Eh non mi faccia piangere! Ieri sera venne il colono a dirmi che le
aveva preso male, e ho dovuto andare alla villa….

«Malata!–proruppe l’Alemanno–ed ora….?

«Ora s’è messa al meglio, e all’alba l’ho lasciata che dormiva
chetamente. Ma qui, ripeto, che c’è di nuovo?

«Andiamo alla volta d’Oneglia–rispose l’Alemanno mestamente.

«Maledetti i Francesi!–sclamò il signor Fedele; ma l’altro
interrompendolo:

«No…. maledetti, no….: il generale ricevette l’ordine d’andar là,
stanotte….; torneremo…. ma…., Bianca…. se mai, le dica che io
parto, lasciandomi il cuore addietro, ma che appena potrò…. Chi
sa….? su quei monti….» E si volse a guardare dalla banda della
marina.

Il sole illuminava le vette di San Giacomo e del Settepani, i quali
giganteggiavano lasciando che per l’aria limpida del mattino, l’occhio
penetrasse nelle loro selve, e scoprisse le vie alpestri, che gli
Alemanni avevano a salire.

Le parole del barone erano state dette con tanta mestizia che facevano
contrasto meraviglioso colla sicurtà dell’ardire che gli si vedeva in
tutta la persona. Ma il signor Fedele volle confortarlo, e chi sa che
sciocchezze stesse per dirgli; quando s’udì venire una cavalleria, e
le trombe suonarono, e gli uffiziali corsero ciascuno alla sua
schiera: sicchè il barone affrettatosi a dare l’ultima stretta di mano
al suocero futuro; fu al suo cavallo, raccolse le briglie, e montò in
sella leggiadro in vista, ma col lutto nel cuore.

Alla voci dei capitani, rispose un moto e un rumore d’armi, poscia
silenzio. Il generale veniva in mezzo a parecchi cavalieri, e il
popolo faceva largo dinanzi a lui. Fu cosa di pochi momenti; un
andare, un tornare, un parlarsi sommesso da questi a quello, un gridar
alto alla moltitudine d’armati; tutto con quell’aria di mistero che
usano le gerarchie sacerdotali e militari, quando parate fanno mostra
di sè. Indi a poco a poco si spiccò la squadra d’ulani condotta dal
barone, e presero la via verso mezzogiorno a mò di scorgitori; e
dietro i fanti, e dopo questi le artiglierie, portate a dorso di muli;
da ultimo salmerie, monelli e cani, tutti misurando l’andatura al
suono guerriero di pifferi e di tamburi.

Di là a qualche ora tutto nel borgo era quiete; e la sera s’incominciò
in chiesa un triduo, per invocare la vittoria dell’armi alemanne. Si
pregava di cuore, ma gli animi aspettavano paurosi le novelle del
campo. Marocco era stato colto da uno struggimento ch’egli solo sapeva
quanto fosse grande, vedendosi ridotto a quella compagnia d’avventori
paesani, che l’avrebbero tenuto sobrio. Il signor Fedele si fregava le
mani, parendogli che la partenza dell’alemanno, gli fosse tant’oro,
avendo mestieri di tempo per adoperare con Bianca il braccio della
ragione. Tuttavia pensava che il barone avrebbe potuto morire; e
allora si grattava la nuca plebeamente, stiracchiandosi la coda e
meditando chi sa…..; cosa che io non sono vago di cercare in quel
suo cervellaccio.

CAPITOLO QUARTO

Mentre che la signora Maddalena partiva da C…, tutt’altra d’animo da
quella che v’era venuta, le cose tra Giuliano e don Apollinare si
facevano a D… molto oscure. Questi, certo della diligenza di Marta a
mandare da lui il giovane, l’aveva atteso invano parecchie ore; dopo
la colazione lo aspettava ancora; e per fare un viaggio e due servizi,
rannicchiato nel suo seggiolone, diceva l’uffizio. Era già innanzi un
bel tratto a recitar salmi, e di tanto in tanto, mentre rovesciando il
breviario sul ginocchio, fiutava un po’ di tabacco, pensava che se
quel renitente fosse capitato, sarebbe stato un bel gusto tenerlo
ritto lì fuori dello studiolo, e non farlo entrare almeno per una
mezz’ora. «Caspita!–esclamava–questo gusto non se l’ha pigliato
Gregorio settimo coll’imperatore Arrigo?» Rammentava d’aver letto
quella storia, e d’averne udito predicare, nei verdi anni del
Seminario, come della più bella pagina della chiesa: e alla maniera
che una lucciola può guardare una fornace ardente, e credere di
somigliarle; egli si compiaceva alcuni istanti nella immagine del
fiero papa. Poi ripigliava la lettura dei salmi, biasciando a verso a
verso; e all’ultimo amen si levò in piedi stizzito, e proruppe:
«Adesso vado io!»

Si mise in capo il cappello con piglio risoluto, e nell’andare passò
pel salotto, ove stava seduto a dire anch’egli le ore, un Minor
Osservante del convento di C…, il quale, fatto il quaresimale in
D…, aspettava la domenica _in Albis_, per dare la benedizione
papale, e tornarsene poi al proprio convento.

«Dove va, signor pievano?–chiese costui, vedendo don Apollinare
pigliar l’uscio difilato.

«Posso dire _in partibus infidelium_!–rispose il pievano.»

Il frate scoppiò in una risata così piena, che s’appiccò fino a
Placidia occupata in cucina; Placidia che non rideva di voglia manco
tre volte l’anno.

Passin passino don Apollinare discese di castello; e sebbene quanti
s’imbattevano in lui, s’affrettassero come l’altre volte, a
sberrettarsi, a baciargli la mano che egli sapeva porgere con garbo da
vescovo, gli pareva che la gente sapesse la poca obbedienza
mostratagli da Giuliano, e perciò gli fosse meno rispettosa. E
procedeva levando il bastone vivacemente, e poi misurandone il moto
all’andatura, lo vibrava innanzi, lo appuntava a terra; schiacciando i
noccioli di ciliegia dell’anno passato, o scansando i ciottoli della
via. Giunto al piano, passò il ponte, ed entrò nel vico oltre il
torrente. I borghigiani facevano le meraviglie, vedendolo andare
diritto verso la casa della signora Maddalena, dove non era tornato da
anni; le donne bisbigliavano con aria di mistero, e stavano lì per
dirgli come la signora non vi fosse, ma nessuno l’osava.

Quando fu sul piazzale, egli si fermò un tantino e tossì; volendo che
quei di casa lo udissero e s’affollassero a fargli accoglienza. Ma la
signora era fuori; Giuliano toltosi di là dove Marta l’aveva lasciato
a sedere, se n’era andato nel più remoto angolo del giardino; e là
passeggiava, soffermandosi a tastare le boccioline or di questa or di
quella pianta, come se avessero qualche legame co’ suoi pensieri
d’amore. In casa non v’era che la fantesca; la quale non appena ebbe
visto il pievano corse ad incontrarlo, tutta batticuore, inchini, e
ringraziamenti interni alla Madonna, che anco questa volta l’aveva
aiutata. La buona donna, se ci rammenta, s’era tirata in casa pregando
il cielo che don Apollinare non venisse, o almeno indugiasse tanto da
non trovarsi con Giuliano in quell’ora cattiva; e siccome questi non
era più là ad aspettarlo, così essa credeva che il cielo se ne fosse
proprio immischiato.

«Men furia e più memoria!–disse il pievano vedendola affrettarsi alla
sua volta.

«O signoria, so che cosa vuol dirmi; ma stamattina sono tornata che la
signora era in sul partire; darle colazione, aiutarla a vestirsi,
correre su e giù…, sa pure che io qui sono Marta, ma faccio anche da
Maddalena; e come diceva…, la sua ambasciata, il signorino… non
l’ho ancora veduto…»–E subito aggiunse colla mente: «dacchè l’ho
lasciato qui.

«E per dove è partita la signora!

«Ma…, se per in giù o per in su… non mi ha detto nulla… Già sarà
per affari; morto il padrone buonanima tutti hanno approfittato per
usurpare,…» Qui si picchiava mentalmente il petto, per le due bugie
sgusciatele in un lampo; e pensando che se il pievano stava là un
quarto d’ora, altro che purgatorio! faceva il conto agli anni di pena
che s’era procacciata, contandone sette per ognuna di quelle bugie.

Il prete che non soleva farsi uccellare, mise in disparte quel
discorso, e fissandola bene tra ciglio e ciglio, le disse:

«Dunque il signorino si può vederlo?

«Ah! questo sì…–rispose essa rimescolata–cioè, posso guardare, era
qui…, sarà là… sarà…»

Sarà di qua sarà di là, avrebbe dato i suoi salari di cinquant’anni,
se in quel momento le campane del castello avessero suonato qualcosa,
anco se occorreva una agonia, pur di vedere il pievano tornarsi
addietro: invocò un’altra volta il cielo, ma il cielo l’abbandonò; e
don Apollinare segnando col bastone in fondo all’orto, mostrò d’aver
scoperto Giuliano, che si vedeva traverso il fitto degli alberi, non
ancora fronzuti. Senza dire alla vecchia nè ai nè bai, s’avviò da
quella parte, punto da una smania che gli correva dal cuore sino al
sommo dell’unghie; ma da uomo avvisato si seppe rattenere, e pigliare
in viso un poco di calma.

Giuliano gli dava le spalle; ma udendo le pedate, si volse e vide lui,
e Marta dopo che trinciava segni, faceva l’occhio supplichevole, e
coll’indice teso su dal mento in sulla bocca, pareva volergli dire
mille cose, e che fosse prudente. Salutando cortese per amor di lei, e
per l’onor della casa, egli si fece incontro al pievano; questi
rispose con un cenno, e subito uscendo nelle piacevolezze, disse alla
fantesca:

«State allegra, Marta, che con questa sorta di ortolani avrete la più
bella ortaglia del mondo!»–E rise in cadenza, soggiungendo a
Giuliano:–Ebbene, torinese? Come si stà al paese del Re?

«Bene–rispose il giovane;–ma non quanto tra questi nostri monti; che
qui almeno tutta questa primavera ci pare cosa nostra, e c’entra nel
sangue bevuta a sorsi…

«Gioventù foco e fiamme!–sclamò don Apollinare: e Giuliano
giocondamente a lui:

«Le spegneremo con due bicchieri di moscatello…»

Quasi non ebbe il tempo di proferire queste parole, che Marta, beata
di vedere i propri timori risolversi in un brindisi, non attese
d’essere comandata, ma andò da sè per la bottiglia, lesta che il
pievano manco se ne avvide.

«Lasciate stare il moscatello dov’è;–disse egli a Giuliano,
annuvolando improvvisamente;–lo beveremo se io partirò di qua
amico…

«Amico?–sclamò il giovane–ma di casa nostra non so che uno sia mai
partito scontento!

«Sarà… ma io in casa vostra ci vengo, non per avere cortesie, ci
vengo per rimproverarvi di non avere obbedito! Voi non avete ancor
fatta la pasqua?

«La pasqua? Oh io la faccio quando mi pare; anzi l’ho fatta con mia
madre, e vorrei essere lasciato in pace con essa, sempre…!

«Proprio come un debitore che dicesse al creditore: non darmi noia!
Bravo!

«Via, signor pievano, non vada in collera! In faccia a questa bella
natura che si risveglia, in questi giorni di vera risurrezione,
facciamo come gli uccelli; li sente? Cantano d’amore e d’accordo che è
un desio. E in quest’inno che si diffonde dalla terra al cielo, non ci
capisce nulla, lei? Questo per me è una pasqua! e non mi par vero, che
noi così piccini, eppure fatti a godere di sì grandi cose, ci abbiamo
a guastare tra noi…

«Come sarebbe a dire?–interruppe il pievano.–E chi siete voi che
osate parlarmi a cotesto modo?

«Io? Non sarei mai venuto a dirglielo; ma poichè lo vuole, sappia che
io oso molto di più! Oso persino alzare la voce e la mente al cielo,
dove mia madre m’insegnò da bambino a cercare quel padre che non
s’addonta di udirci parlare amorosi tra noi; che capisce il suo, il
mio, tutti i linguaggi; quel Dio che io amo, e che ella vorrebbe che
io temessi…

«Orgoglioso!–gridò il pievano, cui tremolavano le guancie, e il viso
si faceva rosso:–orgoglioso ubriaco di letture infami! Li voglio!
andiamo, venite a darmi tutti i vostri libri!»

«I libri? E perchè non mi chiede addirittura i pensieri, il cuore,
l’anima mia?

«Ah giovane traviato! Uno come voi non ce l’ho mai avuto nella mia
pieve; non ce l’hanno in tutti i parrochi delle Langhe! E non so che
gran peccato io abbia commesso, per meritare il castigo di una pecora
così marcia in mezzo al mio branco. Me ne duole per voi; ma verrà il
vostro giorno, e vorrei che Dio v’aspettasse in buon punto. La morte
galoppa, e sarà una bella gloria pel vostro casato, che si porti il
vostro cadavere nel borro selvaggio, cogli scellerati, cogli empi, le
cui ossa contaminerebbero quelle dei fedeli defunti…!»

Questo borro selvaggio era una sorta di baratro, nelle selve di quelle
parti, vicino a Montenotte; e di quei tempi si credeva che vi fossero
portati di notte, a lume spento, tra nugoli di corvi e fischi di
diavoli, coloro che morivano in cattivo odore a Santa Chiesa. Giuliano
udendolo menzionare dal pievano non si sdegnò, ma sorrise mestamente e
rispose:

«A lei duole per me; ma io mi dovrei dolere molto più per lei, che
crede di servire il Signore spaventando i semplici con codeste
novelle! Ma che vuole che faccia a me il borro selvaggio? Più in
questa che in quella terra la pace del sepolcro sarà tutt’una per
me…, in fondo al mare, come in una chiesa, sotto una zolla di questo
orto, come sotto una piramide dell’Egitto…

«Ma che vi ha fatto la Chiesa? Che vi ho fatto io…, vostro pastore?

«La Chiesa? Oh! quando io era fanciullo, e vi veniva la sera…, e
udiva là dentro quelle voci di donne, di vecchi, di giovanetti,
cantare le litanie, mentre l’oscurità discendeva, e avvolgeva gli
altari e noi, e tutto nelle tenebre; io pigliava colle mie le mani di
mia madre, e stringendomi ad essa mi pareva d’andare portato in un
vuoto misterioso e dolcissimo…! E poi quando s’accendevano i ceri, e
vedeva lei all’altare incensare in alto, e benedire la moltitudine
silenziosa e reverente, provava certe ebbrezze…! E la Chiesa
l’amava! E amava anche lei, signor pievano; e nel mio pensiero mi
pareva di veder Dio che lo mirasse di lassù; che le facesse cenni; ed
io lo credevo l’uomo più grande, più buono, più santo dell’universo!

«Oh…! tornate, Giuliano; torna, figlio mio, con noi… Vedremo
Dio…»

Così dicendo, fosse commosso o fingesse, il pievano era lì per
abbracciare il giovane; senonchè questi ritraendosi:

«No–rispondeva con calma–io col gregge, col branco non ci tornerò
più, non vedrò più quel Dio…

«E perchè?–proruppe allora don Apollinare, ripigliando il suo posto,
severo.

«Perchè? Non mica perchè io non creda; non mica perchè io nutra odio
per lei no; ma che vuole? ho cavato la lucerna di sotto al moggio; ho
un po’ letto la storia; ho pensato al bene che voi preti avreste
potuto fare, e al male che avete fatto; ho capito che voi foste sempre
dalla parte dei più forti, ed io amo i deboli…; e voi preti,
soldati, principi, tutti, mi parete una mano di congiurati, che avete
a capo un Dio di vostra testa, un Dio che ha figli reietti e figli
beniamini; e vi godete in suo nome il mondo, beni e persone!

«Sciocco! sciocco! sciocco! E se non fossimo noi, i vostri coloni, che
s’assaettano mattina e sera a lavorare i vostri campi, e stentano il
boccone; v’accopperebbero un bel giorno, e vi lascerebbero a mangiare
ai lupi sull’aia, dove non avete sudato, eppure andate a dividere il
grano…!

«Signor pievano, manco se ella mi avesse tirato uno schiaffo, io non
le avrei fatto l’oltraggio che ella si fa da sè con le sue parole.
Bella gloria per la Chiesa l’essere tenuta in codesto conto da’ suoi
stessi preti! Ah! la parabola dell’Epulone pare che Gesù l’abbia detta
ieri…; ma se tutti i sacerdoti la pensano come lei, lo parrà ancora
di qui a migliaia d’anni…!»

«Ma Epulone è all’inferno, ed Eleazaro nel seno d’Abramo! Ed è più
facile ad un camello passare per la cruna d’un ago, che ad un ricco
entrare nel regno dei cieli…! Questa consolazione, ai poveri, l’ha
lasciata Iddio…

«Ebbene!–disse Giuliano–allora le ripeto che io non vo’ sapere di
questo Dio. Smettiamo di parlare di lui!

«Ed egli vi punirà colla morte del corpo e con quella dell’anima…!

«No…, egli quando gli pare, ci coglie sulla via di Damasco, e di
Saulo fa San Paolo! Ma via, ha più nulla a chiedere da me?

«Che veniate a fare la pasqua; chè questo scandalo nella mia pieve non
lo voglio soffrire!

«Ripeto che la Pasqua la faccio con mia madre: e salendo talvolta su
qualcuno di questi monti, mentre nasce il sole o quando va sotto. In
quelle ore piene di voci misteriose, io m’inginocchio volentieri, e
guardo, e ascolto… Allora Dio mi si fa sentire più vicino…, e
rifaccio la pasqua alla mia maniera con lui….

«Ah! ah!–sclamò il prete, e si vedeva chiara la collera che gli
fiottava dentro:–penso che voi vorreste salirne uno dei monti, ma uno
tanto alto, da poter vedere la Francia e Parigi, e le carnificine, che
desiderate di poter fare anche qui!

«Sì–rispose il giovane con sicurezza meravigliosa–la Francia e
Parigi….; ma non occorre tanto…! Vede laggiù il Settepani, San
Giacomo, tutta quella catena? I varchi sono facili, e dall’altro
versante, forse in questo punto, l’esercito della repubblica salisce?

«Salisce,.. salisce, un corno!–urlò il pievano, terribile in vista
non si capiva bene se per minaccia che gli paresse d’aver ricevuta, o
che volesse fare:–matto voi e chi vi somiglia! Già! Li vedete?
Aspettano i Francesi per farci scannare! Aspettate pure, che noi
pregheremo tanto, e tanto faremo pregare in chiesa, che il Dio degli
eserciti manderà su quei monti legioni d’Arcangeli a nostra difesa.
Oggi bandirò un triduo in onore di San Giorgio, di San Martino, di
tutti i Santi che hanno portate armi; vi nominerò dall’altare, vi farò
conoscere a tutto il borgo…, ma pregherò il Signore che v’illumini,
mi vendicherò di voi colla carità.

«Della carità mandi a farne laggiù a quella svolta, oltre quei
vigneti. Là, una povera donna muore di stento con quattro fanciulli
che le piangono intorno…. Là, lei ed io potremo fare insieme la
carità che m’ha insegnato mio padre….

«Vostro padre era un….

«Zitto!–gridò il giovane con tanta maestà della persona e nel viso,
che più non potè darne Michelangelo al suo Davide–zitto, e se ne vada
subito! Quà ella non può più stare da uomo; da prete, nessuno ha
bisogno di lei; vada e non si volga addietro!»

Nelle parole e nell’atto di Giuliano v’era da cacciare ben altri che
il prete, il quale non se lo fece ridire e partì. Ma si sentiva
l’animo rintuzzato, far dentro come focoso cavallo, che raccolto col
freno e tormentato collo sprone, gonfia le nari, s’impenna, sbuffa,
tesse colle gambe su poco suolo rabbioso e soffre; ma si farà vedere
quando gli verrà dato lanciarsi di carriera.

Passando vicino la Marta, a quale tornata che quella sorta d’alterco
era sul forte, stava poco discosta, coll’impaccio d’una bottiglia e di
due bicchieri in mano; non badò al profondissimo inchino, che la
poveretta fece per rabbonirlo, o per mostrargli che essa non ci poteva
nulla. Ma come avesse voluto lasciarle un’altra ambasciata, disse tra
denti: «sfacciato! l’avrà a pagare!» E via più che di passo, in pochi
istanti disparve oltre l’arco, in fondo al piazzale.

«Ahimè!» povera donna,–sclamò Marta–vecchia come la terra d’un
castagneto, e chi sa che cosa mi toccherà vedere!

«E che volete vi tocchi?–Le chiese il giovane che s’era avvicinato,
soave nella voce, e mettendole sopra la spalla una mano.

«Certe parole–rispose essa scotendosi quella mano di dosso–bisogna
proprio averle imparate dal diavolo! Lasciavano il segno nell’aria
come le saette!

«Oh santa semplicità!–esclamò egli sorridendo mestamente;–Una volta,
che in una città di questo mondo, i preti stavano abbrucciando un
uomo, che loro non piaceva guari; una vecchierella come siete voi,
recava legna da aggiungere al fuoco, per aiutarli, e dare gloria a Dio
con essi!»

«E una volta–rimbeccò Marta provocata da quel raccontino:–una volta
che saranno sessant’anni, ed io me ne ricordo; lo speziale qui di
D…, per aver detto a un prete molto, ma molto meno di quello che voi
diceste al signor pievano; fu condannato a starsi ginocchioni in mezzo
alla chiesa, con due birri uno per lato, e con un grosso cero acceso
tra le mani, legate, la domenica dell’ulivo, tutto il tempo della
messa grande. Sì, sì, ridete; ma non rise la sua povera moglie morta
di vergogna; non rise lui, che stato in carcere parecchio tempo, uscì
spiantato bottega e figli: perchè gli era cascata addosso la
maledizione di Dio. E siccome questa maledizione cascherà anche sopra
questa casa…, così io ho deciso di andarmene. Sono vecchia, ma se
non troverò un tozzo di pane lavorando, l’accatterò di porta in porta;
pur di salvar l’anima non mi fa di morire, se occorre, anco in mezzo
la via…!»

Qui Marta imbambolava: e Giuliano che s’era sentito cader l’animo, al
racconto di quella moglie morta miseramente; subito gli si affacciò il
pensiero, che così triste ventura, avrebbe potuto cogliere la sua
povera madre; nè potè por mente all’ultime parole della vecchia.
Accennandole di moversi, le tenne dietro silenzioso fino al sedile di
pietra fuori l’atrio; e là sedette un’altra volta, chè in casa non
aveva cuore d’entrarvi. Marta invece si mise dentro, e si diede
attorno ad ammanire il desinare, l’ultimo che le pareva di cuocere in
quella cucina, governata da lei cinquanta e più anni. Faceva per non
uscire di là col rimorso di avere trasandata una faccenda anche
piccina; che se no avrebbe mandato all’aria piatti e tegami: e di qual
animo fosse si può pensare.

Rimasto solo, egli tornò a meditare; e parlava a bassa voce tra sè,
come coloro che sono travagliati da forte passione. «Sicuro!–diceva–a
conti fatti il meglio è che io parta. E me ne duole, perchè questo
signor pievano crederà d’avermi impaurito. Ma se io rimango? E se gli
si fosse annestato il capriccio di farmi un qualche gioco? Mia madre ne
morrebbe, come la moglie di quello speziale! Eppoi…., non potrebbe
andarne rotto il mio matrimonio? Si fa presto a mettere uno in conto
d’eretico al signor Fedele; ed egli che quasi si picca d’essere una
colonna della Chiesa, la sua figliuola non me la darebbe più, di certo!
Sì, sì…. sto a vedere quel che mia madre porta da C…, do una corsa
fin lassù, dirò a Bianca…. che cosa ci diremo con Bianca? Non ci
siamo parlati mai! Come era bella ieri, mentre andava in chiesa! E mi
ha veduto, e a me parve mi raggiasse in viso il sole! E il giovedì
santo! Mi feci vedere troppo improvviso…. dalla confusione inciampò
nel lembo della veste, e damigella Maria se n’accorse, perchè le
agguantò la mano, e le parlò….: forse le chiese che avesse…, chi sa
che abbia risposto? Io…, io se fossi stato in lei, avrei risposto:
«ho veduto un giovane che gli voglio bene, e che ne vuole a me tanto…
tanto….»

La signora Maddalena spuntò dall’arco in quell’istante camminando a
piedi; e gli ruppe il filo di quei dolci pensieri. Egli balzando
ritto, le corse incontro, e coll’anima tutta negli occhi, le disse:
«dunque?»

«Andiamo in casa:–rispose essa colta a quel modo; e per non farsi
leggere in viso, passò rapidamente innanzi a lui, che cansando Marta
venuta oltre, forse per spiatellare lì ogni cosa alla padrona, seguì
sua madre su per le scale.

Se di queste ve ne fossero state venti da salire sino al tetto, la
signora Maddalena le avrebbe fatte tutte, per pigliare quell’altro
poco di tempo; tanto le pareva d’essere sprovveduta di fermezza e di
parole acconcie al fatto del figliuolo; sebbene v’avesse studiato
sopra tutta la via. Ma più su del secondo piano non si poteva
ascendere; ond’essa fattasi animo, si fermò, si volse a lui che le
stava ai panni coll’agonia di udirla, e senza dargli tempo di tornarle
a dire quell’«ebbene?» spasimato, rispose:

«L’ho veduta….

«E le hanno detto di sì?

«Sì…., ma sai pure…, sono certe cose…, basta! se tu ti condurrai
bene…

«Oh! per me…, mi dicano quel che debbo fare…. Vede? solo a pensare
che le hanno detto di sì, e che quella dell’Alemanno era una favola.

«Che sapevi tu d’un Alemanno…?–sclamò senza volerlo la signora,
facendosi in viso come un panno lavato.»

Giuliano la guardò fisso, e le colse negli occhi la verità.

«Ah! dunque era vero?–proruppe–per carità, mamma, parli…, mi dica
tutto, non tema di nulla, parli…, o monto a cavallo, vado da me a
vedere, e stassera mi perdo…!

«Perdiamoci insieme una volta!–disse la signora, smarrito per un istante
il disegno fatto C… con don Marco, ma subito ripigliandosi:–che cosa
t’ho detto? che Alemanno mi vai maledicendo? Ebbene? E se uno chiede una
zitella in isposa, gli è forse come l’avesse sposata?

«Sì… perchè ella non sarebbe così sbigottita!–E abbandonandosi su
d’una scranna, colla fronte tra le mani, i capegli scomposti;–oh
stolto, proseguiva Giuliano, stolto che io fui a tardare tanto! l’ho
meritato…! l’ho meritato…! dunque hanno fatto gli sponsali! Non
v’è più speranza? E Bianca ha potuto dimenticarmi?

«Giuliano–disse la signora–forse il meglio è che tu sappia la verità
tutta intera. Io avrei voluto non dirtela; ma sii uomo, perchè tu non
faresti che mettere il tuo ed il mio nome sulle labbra ai maligni
della vallata…

«E vengano, parlino i maligni! son qua!–gridò egli levandosi in
piedi: ma essa ingegnandosi di quetarlo colle mani, coll’atto del
viso, colla voce:

«Sì, lo so–proseguiva–noi non li temiamo; ma pazienza se vi fosse da
disperarsi! Allora direi vada all’aria ogni cosa! Invece, se tu avrai
giudizio qualche anima del purgatorio pregherà per noi; e Bianca,
vedrai, non acconsentirà a sposarsi a quello straniero; me l’ha
promesso.

«Proprio l’ha promesso a lei?–disse il giovane di subito sentendo
rinascere la speranza:–o Bianca, tu l’hai promesso, tu mi fai questa
grazia, e già dubitava di te!»–E rimase colle mani giunte, come se la
fanciulla fosse stata davvero dinanzi a lui.

Allora la signora, pigliando consiglio dallo stato del figliuolo; gli
raccontò ogni cosa seguitale a C…., e più animandosi a misura che lo
vedeva rischiararsi:–ecco, diceva, così ti voglio, pieno di speranza
e di fede. L’Alemanno poi e il signor Fedele facciano pure: Bianca è
sicura di sè; Don Marco è dalla parte nostra; i Francesi son lì alle
porte….

«Domani, fossero qui domani!–sclamò Giuliano! afferrando l’idea che
sua madre non aveva esposta intera:–venissero domani, e avessi cento
vite, tutte le porrei a combattere con essi, contro queste orde di
schiavi!

«Combattere?–disse la signora rimescolata e pentita d’aver toccata
quella corda; e facendosi severissima in faccia,–tu, sin che io sarò
viva, questa parola non la proferirai più…! Sii buono, dà retta a
chi ti vuol bene; prima di tutto fa di essere medico, e parti per
Torino…

«Oh…!–rispose Giuliano, spirando da tutta la persona l’aria d’un
guerriero pigliato dallo sconforto;–gli è che noi, allevati come
siamo…, si riesce una razza d’imbelli…, e a partire ci aveva
pensato da me. Partirò sì, ma prima voglio andare a C…

«Tu guasteresti ogni cosa! Finiresti di rovinare Bianca, e mostreresti
di non obbedire una madre che tu vedi e sai quel che farebbe per te…

«Ma che male c’è a vederla ancora una volta, a dire addio a don
Marco…

«No…, tu partirai.

«Ebbene!–disse il giovane chinando il capo–domani all’alba partirò.

«Oh! non ti si scaccia mica!–sclamò la signora, che pur di saperlo
disposto a non tornare a C…, l’avrebbe rattenuto, anzichè fargli
fretta a partire. Ma egli non si lasciò smuovere, e ripetè severo:

«No… no mamma, l’aveva bell’e deciso, parto domani.»

Appunto in quel momento, Marta d’in fondo alla scala, mandava su quel
noioso annunzio del desinare, già troppo ritardato, e messo in tavola
a raffreddarsi. Essi discesero, sedettero a mangiucchiare colla
malavoglia della sera innanzi; ma alla fantesca pareva non finissero
mai, dalla tanta smania di rimanere sola colla signora, per dirle del
gran parlamento fatto dal giovane col pievano; e del suo proposito di
lasciar quella casa. Così i minuti le si facevano ore, ma alfine
Giuliano si levò da mensa ed uscì. Allora essa raccolse quanto fiato
potè, e si fece oltre verso la signora per cominciare; senonchè questa
si tolse da sedere, e parlando prima di lei:

«Animo–le disse–prepariamogli un po’ di roba…

«Come?–sclamò la vecchia–che se ne va? che il Signore gli ha toccato
il cuore?

«Che Signore… che cuore… che cosa mi dite?–chiese la signora,
guardando Marta, e maravigliando di quell’esclamazione, e della sorta
d’allegrezza che l’aveva accompagnata.»

La vecchia ondeggiò un istante; e in quell’istante capì, quanto le
sarebbe poi riuscito amaro lasciare quella casa che si poteva dir sua;
quella padrona che l’aveva tenuta più da amica che da serva; per
buttarsi su d’una via, in cerca di pane e di ricovero. Se Giuliano
partiva, che vi poteva essere di meglio per lei? Avrebbe potuto
rimanere tranquilla al proprio posto, chè il pericolo d’offendere Dio
servendo un peccatore era bell’e cessato. E quanto a sè abbandonò del
tutto il suo disegno; ma quanto al pievano, quel che gli era seguito
col signorino, non le riuscì tenerlo sullo stomaco, manco un minuto.
Vinta dalla propria natura, e dallo sguardo della padrona, cominciò
dall’ambasciata avuta in castello al mattino; e le narrò ogni cosa,
sino al modo in cui don Apollinare se n’era andato imbestialito
mezz’ora prima. Le eresie buttate dal giovane, e la minaccia del prete
di fargliela costar saporita, diedero alla signora il tuffo; e le
venne addosso una smania, che le pareva di non poter durare sino
all’alba dell’indomani. E se non fosse stata la tema di vederlo
intestarsi a rimanere, avrebbe pregato Giuliano a montare a cavallo, e
a partire subito segnato e benedetto. Ma si quetò un poco pensando,
che alla fine delle fini, per acchiapparlo bisognavano birri, e che a
D…., come Dio voleva, di quella roba non ve n’era. Chi sa? forse il
pievano aveva minacciato così per minacciare; o alla peggio non
avrebbe spacciato uno di carriera per avere da C…. o da altri luoghi
man forte. Di là all’indomani non c’era molto, e in ogni caso Giuliano
si sentiva in gambe per scampare di forza. Non potendo divorare le
ore, affrettò quella faccenda del fardello; e pur confusa com’era,
aiutata da Marta, adoperava ogni diligenza perchè nulla avesse a
mancare. Brache di nanchino per la state che s’avanzava; camicie di
tela casereccia con belle gale agli sparati; e sottovesti, e giubbe, e
calzette di seta, riponevano col garbo concesso dal turbamento,
cercata da prima ogni cosa se bisognasse qualche rammendatura.

Così facendo parlavano sottovoce perchè Giuliano non le avesse a
sentire; non sapendo che egli era discosto da casa un trar di
schioppo, in parte donde poteva scoprire le lontane ruine del castello
di C…, alcune cime a lui note, certi sentieri biancheggianti nelle
montagne, e fino una rupe su d’una vetta selvaggia e foresta, dove don
Marco soleva accompagnare lui e gli altri suoi scolari a diporto.
Messosi a giacere sull’erba, coll’occhio or su l’una or sull’altra di
quelle viste, immaginava che Bianca stesse sull’altana di casa sua a
pensare a lui; pianse d’affetto; e provò non sapeva che pietà per quel
soldato, che nella sua fantasia gli pareva di vedere umiliato dai
rifiuti della fanciulla. Stette così adagiato, finchè s’avvide del
sole che andava sotto, e allora tornò verso casa. Il sentiero correva
fra due siepi di biancospino e di rose silvestri che facevano allora
le boccioline; ed egli veniva giù, ascoltando una voce di suono
dolcissimo, la quale cantava alle rondinelle una soave canzone.
L’affetto del canto, temperava la rozzezza delle parole; e le rondini,
tornate di quei giorni, radendo a volo i prati, levandosi in alto
alcune braccia, stando a brillare un istante, e ripiombando fulminee,
parevano far segni di rispondenza amorosa alla cantatrice.

Giuliano diede un’occhiata per di sopra al siepe, e vide che la
cantatrice era Tecla, una figlia sedicenne di Rocco, il suo colono.
Essa stava seduta all’un dei capi d’una lunga tela greggia, distesa là
sull’erba, perchè tra per l’acqua che vi si buttava sopra, e pel sole
divenisse bianca. E se ne raccoglieva sulle ginocchia, tirando e
addoppiando di quella, quanto erano lunghe le sue braccia nude fino al
gomito; e la tela s’accorciava man mano, strisciando sull’erba; e per
il fruscìo la giovinetta non avendo inteso la pedata di Giuliano,
proseguiva a cantare. A un tratto si accorse di lui che s’era fermato
lì accosto, e tacque arrossendo. Finito di raccogliere la tela, si
levò in piedi rimescolata, e tenendosela in fascio contro il seno,
stette vergognosa di vedersi guardata come non s’era mai vista da
niuno.

«Perchè non canti più?–le chiese il giovane: ed essa cogli occhi
bassi e col cuore agitato, fece atto di partirsi senza dir nulla.

«A buona Tecla, tu sei felice!–proseguì Giuliano–oh! se Bianca fosse
nata qui, lontana da quella gente… e povera come te. Se tu fossi
Bianca! Addio Tecla, va… canta, canta pure, che sei felice.»

La fanciulla si tolse di là dimessa e sbigottita. Egli stette a
guardarla, poi sclamò: «in verità vorrei essere nato contadino, perchè
sento che a falciar erba e a vangare campi sarei felice come sei tu!»
Qui subito pensando al colloquio avuto con don Apollinare, soggiunse
sdegnoso, e parlando a sè stesso: «e tu!–tu osi dire che questa
povera gente è felice? E sai tu l’anima di questa fanciulla? Tu che ti
trattieni a guardarla; e le dai del tu; e solo che ti venisse in capo,
potresti farla piangere, mandandola ramminga coi suoi, fuori del tuo
podere?»

Così pensando fu in casa. Là Rocco, il padre di Tecla stava pigliando
gli ordini della signora, che gli raccomandava di tenersi lesto
all’alba, col suo bardotto e colla giumenta del figliuolo. Il quale
aggiunto qualcosa di suo, e stato in sala un altro poco; prese licenza
e andò a gettarsi sul letto, dove quanto fu lunga la notte non gli
venne fatto dormire mezz’ora di seguito, travagliato com’era dai
pensieri che ogni poco gli rompevano il sonno.

In sala rimasero la signora e Marta, le quali ad ogni più leggero
rumore tremavano, e credevano fossero i birri. Vegliavano per essere
pronte a far fuggire il giovane prima dell’ora fissata, dove
occorresse; ma quando l’orologio di castello ebbe suonate le sei
d’Italia, e per tutto fu quiete altissima, la fantesca disse:

«Signora, se ne vada pure a riposare, che oramai se qualcosa aveva ad
accadere non saremmo più qui…»

E tanto fece e disse, che la signora, sebbene non volesse per nulla,
dovè andarsi a riposare. Ma prima salì in camera a Giuliano, che
appunto dormiva uno di quei corti sonni che ho detto. S’avvicinò
cauta, facendo schermo colla mano al lume, che dandogli negli occhi
non lo destasse, e lo guardò con amore lungamente. Povera donna! A
quel che già sapeva da lui, e a quel che le era stato detto da Marta,
circa al fatto del pievano; pensò che della fede in cui l’aveva
allevato, egli nè serbasse punta o poca. Provò al cuore una stretta
dolorosa, e stesa la destra lo segnò leggermente dalla fronte al
petto, come usava fargli da bambino, appena adagiatolo nella culla
prima di coprirlo. Così facendo non osava neanche fiatare dalla tema
che destandosi se ne avesse a male; poi in punta di piedi uscì di
quella camera, e discese nella sua, dove stette un’altra mezz’ora a
pregare per sè e per lui.

Marta vegliava a terreno, menando i ferruzzi a fare la calza, e stava
tutta orecchi. Ma per tutta la notte non udì nulla mai, salvo che la
gatta, la quale aggomitolata sul seggiolone della signora, faceva le
sue perpetue fusa. La vecchia bestia si destava di quando in quando, e
porgeva orecchio anch’essa, non se udisse birri a venire, ma allo
sgrigliolio dei ferruzzi di Marta, scambiandolo forse pel rosicchiare
d’un sorcio. Vedendo la fantesca, chinava la testa, e subito si
rimetteva a ronfare.

Come si fu messo un po’ d’albore, e s’udì Rocco parlare colle due
bestie arnesando; Marta aperse la finestra della cucina e s’affacciò.
O l’aria del mattino le spianasse le rughe, o la lunga veglia avesse
potuto nulla sopra di lei, essa era come si fosse levata allora allora
da letto. Chiamò la signora Maddalena, e poco dopo Giuliano discendeva
anch’egli vestito e stivalato, pronto a partire. Egli si trattenne con
sua madre, a parlar con grande passione; disse, ascoltò, promise tutto
quel ch’essa volle; bevve una tazza di latte, mangiò un pane; poi
baciata la mano a lei, e strettala a Marta, uscì sul piazzale e fu in
sella d’un balzo. Rocco montò un po’ meno agile sul bardotto, avendo
in groppa il fardello del giovane; e questi innanzi, ed egli dopo,
pigliarono la stradicciuola, che menava a varcare i monti, pei quali
le due valli della Bormida sono divise.

Le donne stettero a guardargli dietro, e v’era poco discosto Tecla,
venuta quella mattina più sollecita dell’altre volte, a recar latte
per la famiglia. Tenutasi in disparte, finchè essi furono partiti,
aveva gli occhi lagrimosi, e pareva accorata. Marta fattalesi
all’orecchio, le bisbigliò: «che piangi, sciocca? Va altrove, che la
padrona ha bisogno di tutt’altro che di vedere le tue lagrime. Va, va,
che tuo padre tornerà, e di qui a stassera non c’è molto».

Tecla se n’andò, lasciando la vecchia punto dubbiosa di avere
indovinata la cagione del suo pianto; e questa rientrò in casa colla
signora. La quale sfatta per quel che aveva patito dal giorno innanzi,
sedette come persona inferma; e voltasi alla fantesca le disse:

«Marta; e tutta la paura che ebbimo del pievano? Fummo pur pronti a
pensar male….

«Che vuole!–rispose Marta–ieri mattina egli se n’è andato così
furioso; il signorino glie ne aveva dette di così grosse! Ho fatto i
giudizi temerari…. povera me, chi si salverà farà la gran bella
giornata….!»

In verità, sebbene i fatti dessero ragione ai pentimenti di Marta, il
pievano s’era partito il dì innanzi da quella casa, proprio col
proposito di pigliar vendetta a suo modo del giovane giacobino.
Risalendo in castello v’aveva meditato sopra, e non vedeva l’ora
d’averlo tra le mani senonchè, rientrando nel presbiterio, s’era
abbattuto in donna Placidia che gli porgeva una lettera, suggellata
grossamente con cera di Spagna, e il Minore Osservante che gli si
faceva incontro, dicendo in tuon di celia:

«Non ha gli occhi cavati, non il naso tagliato, non gli orecchi mozzi,
dunque gli infedeli si sono convertiti….?»

«Ah! padre,–sclamò il pievano, cui il sangue rimescolato dalla
procella di poco prima, flottava tuttavia assai forte,–ella parla
d’infedeli per celia, ma qui nella mia pieve ho di peggio! Qui vi sono
i rinnegati….

«Rinnegati!–urlò il frate battendo insieme le palme:–Che mi dice mai
rinnegati? O le mie prediche? Ne parlerò domenica dando la benedizione
papale.

«Eh! il rinnegato non ha visto nè lei nè la chiesa! Altro che
prediche…! Adesso vado a C…. mi presento al generale Alemanno, gli
dico le cose; e quel Giuliano laggiù, cui non fanno paura nè Dio nè
Santi, quel Giuliano laggiù che vuol fare scuola di religione e di
morale a me…, lo colgo e l’aggiusto io! Placidia, dite a Mattia che
ponga la bardella sulla giumenta…»

Parlando alla sorella, si rammentò della lettera che essa gli aveva
data; e mentre il Minore Osservante rispondeva alla sfuriata di lui,
con un’altra sfuriata, come dicessero i salmi un verso per ciascuno;
egli alzò il suggello, aperse il foglio, vi piantò gli occhi sopra, e
lesse colla mente:

«Molto reverendissimo signor pievano. Vengo con questo piccolo foglio
a farle sapere, che questa volta i regicidi, scomunicati, scellerati
Francesi, hanno il diavolo dalla loro; perchè i nostri vengono
perdendo, dalla marina verso in qua ogni giorno. Sui monti di Nizza,
fu ieri grosso parapiglia, e per quel che so se il Dio di Sabaot non
ci aiuta, finirà male. Le dico che non dormo nè dì nè notte, e se mai
avessi a fuggire, faccio conto di venire da lei, per scampare da quei
briganti, e con questo mi sottoscrivo.

«Sì sì! sottoscrivi e vieni!–sclamò don Apollinare diventato
tutt’altr’uomo nella voce, nel gesto, nel viso;–vieni e mi troverai
qui colle braccia aperte!….

«Che è? che è?–dissero ad un tempo il frate e donna Placidia, mossi
dal turbamento di lui, che aveva parlato ansando come chi patisse
d’asma.

«C’è che i Francesi ci coglieranno colle calze bracaloni! Legga padre,
legga quel che scrive il Rettore di Montefreddo!»

Il frate prese la lettera e lesse ad alta voce; donna Placidia si
cacciò la mano nella saccoccia del grembiale, si recò tra le dita i
pippori del suo rosario, e per poco non recitò la preghiera che soleva
allo scoppiare dei temporali: «Santa Barbara, San Simone, liberatemi
dal lampo e dal tuono.» Il pievano poi, mentre l’altro leggeva,
cercato un suo vecchio cannocchiale, pose la mira sulle gole dei monti
verso la marina, là dove sapeva di scoprire Montefreddo; terricciuola
sulle creste dell’Appennino dalla quale la lettera veniva. Non durò
fatica a vederne il campanile biancheggiante nel verde degli abeti,
come vela solitaria in golfo lontano; e solo si tolse dall’occhio
quell’arnese, quando il frate, letta la lettera una e due volte, gli
disse:

«Signor pievano, mi pare che sarebbe da uomo prudente aver pazienza,
circa a quel giovinotto di cui parlavamo or ora…

«Ben detto! sclamò il pievano–non è tempo da cercarsi nemici. Ma!
Eravamo così tranquilli! Si faceva il dover nostro e stavamo come il
pesce in mare! Bisognava che i Francesi diventassero pazzi, per darci
queste noie…!»

Qui entrarono in ragionamenti che a noi non fanno gioco, e finirono
mettendo in disparte ogni pensiero di conciar Giuliano alla loro
maniera. L’indomani poi quando lo seppero partito, l’uno e l’altro
rallegrandosi assai di quella partenza, la chiamarono fuga, e se ne
lodarono molto.

In questa guisa Giuliano potè andarsene libero, ma la signora
Maddalena e Marta, ignorando le intenzioni avute dal pievano, rimasero
con una sorta di rimorso pei giudizi temerari fatti sopra di lui.

 

CAPITOLO TERZO

Sotto quel cielo, a piè di quel castello, viveva quella Bianca, che la
signora Maddalena andava a cercare. Essa era una giovinetta in sui
diciotto, e se io mi provassi a ritrarla; e dicessi che il suo viso
pareva di questa o di quella statua; che l’occhio aveva grande, nero,
intento, e l’incarnato delle guancie fresco e sincero come di bambino
allattato sull’Alpi; i miei quattro lettori se la figurerebbero ognuno
diversa e di sua fantasia: e però mi pare meglio dire in una parola
che essa era bellissima. Bellissima e mesta, aveva il portamento d’una
santa che ignorasse d’essere in terra; e forse per averla veduta
guardare in cielo, coll’atto di chi aspetta di lassù qualcosa,
Giuliano se ne era innamorato. Vicina a lei, quasi fosse il suo angelo
custode, si vedeva sempre un’altra fanciulla, più giovane di qualche
anno; la quale sebbene non le somigliasse punto, e fosse bellezza di
tutt’altra sorta, era sua sorella e si chiamava Margherita. S’amavano,
ma non osavano dirselo; e pareva ad esse di fondersi l’una coll’altra,
d’essere la felicità in persona, quando potevano darsi del tu, senza
il pericolo d’essere intese. Ma questa era cosa che accadeva assai di
rado; perchè il babbo se le sue figliuole avessero usato tra loro
questa confidenza, gli sarebbe parso d’udire tremar la casa dalle
fondamenta, e guai alle poverette. Esse potevano dirsi le due gemme di
C…. e già in chiesa, a vederle sotto quel velo bianco, aereo, che le
fanciulle delle terre liguri sapevano, fin d’allora acconciarsi in
capo con tanto garbo; la gioventù pensava più ad esse che alla
preghiera. Orfane della madre sin dall’infanzia di Margherita, avevano
vivo il padre che si chiamava il signor Fedele; uomo ricco, tirchio,
rozzo, più che sessagenario, dottore di legge molto reputato nel
borgo. Costui era di quella maniera di padri, che gli affetti, se ne
hanno, li tengono bene nascosti: nè aveva pensato che a far roba, per
arricchire le figlie. Della loro coltura manco s’era sognato, e se
fosse rimasto da lui, le giovinette non avrebbero imparato che a
leggere, tanto da poter cantare nella processione del Corpus Domini
col libro in mano. Scrivere non sapevano, perchè non era cosa che di
quei tempi si potesse insegnare alle donne, se non da parenti che le
volessero usare al male. Ma lavoravano di cucito per bene, e in casa
facevano tutto colle loro mani: perchè il padre, duro a spendere,
permetteva solo che una donna venisse a cavar l’acqua e a rigovernare
le stoviglie, e appena fatto se n’andasse, che egli gente d’altri in
casa non ne voleva. Per compensarle delle loro fatiche, dava in
carnovale una festicciuola da ballo, in cui si mostrava discreto
spenditore; e una sera di quaresima le conduceva al teatrino del
borgo, a vedervi la passione di Cristo, rifatta dai disciplinanti
della sua confraternita, con gran pompa di mitre, d’elmi, e di turbe,
che finivano col fico di Giuda; donde si vedeva spenzolare l’apostolo
scellerato, tra le risa degli spettatori. Del rimanente la vita la
passavano parte in borgo, parte in villa; il governo della famiglia
era mantenuto dal signor Fedele con gran rigore; ed essendo egli di
quei tali, che intendono gli uffici di capo di casa a una torta
maniera; entrando od uscendo, sulla soglia mutava il viso; altro era
dentro, altro di fuori, burbero ed alla mano. Quando in famiglia si
parlava di lui non dico che si tremasse, ma i cuori si facevano
piccini; fuori nessuno si lagnava dei fatti suoi, nessuno ne diceva
male, ma era uno di quegli uomini che bisogna averli morti per sapere
se furono amati o temuti. Si mostrava assai cosa di chiesa, dove o
s’udiva a intuonare in coro il suo salmo, o si vedeva ritto in parte
da essere scoperto da tutti; in piazza dava strette di mano a destra e
a sinistra; se la faceva da amico con tutti i signori dei contorni, e
coi preti del borgo, allora così numerosi, che dall’alba fino a
mezzogiorno le campane non finivano mai di suonare a messa. Monete pel
sottile ne aveva messe di molto.

Come mai quelle due giovinette senza madre, avessero potuto venire su
così gentili, con quella sorta di babbo; è cosa che non si potrebbe
spiegare, senza dire che la Provvidenza, proprio non soffre un male
quaggiù, che lì vicino non vi ponga il rimedio. Una cognata del signor
Fedele, viveva nella famiglia, recondita, mansueta buona a fare ogni
bene, quantunque fosse cieca nata. Per la vita che aveva menata
raccolta e meditativa, le si erano affinate le virtù dello spirito e
del cuore; di maniera che miglior educatrice, non si avrebbe trovata
nè in C…. nè in altre parti di quella valle. Si poteva dire di lei,
che si fosse seduta al posto della sorella morta, a far da madre alle
sue nipoti; e finchè erano state piccine non aveva provato gran dolore
di non poterle vedere: ma ora sentendo Bianca cresciuta alla voce, ai
detti, ai silenzi in cui cadono le giovinette nell’età della loro
vita, che incomincia la donna; quel non poterla studiare nel viso, era
divenuto un gran tormento per la povera cieca; la quale conosceva
tutte le cose buone e le tristi del mondo, come per una misteriosa
rivelazione. E non potendo altro, pregava Dio che per Bianca e per
Margherita, quando fosse stato tempo da ciò avesse mandato due
giovani, poveri o ricchi non montava, ma quali essa se li sapeva
immaginare; poi che l’avesse presa. Nel borgo non la si vedeva, salvo
che quando andava alla messa e ai vespri, franca di passo in mezzo
alle nipoti; e nel tragitto essa capiva come camminassero confuse
perchè guardate dalla gioventù del borgo: ma con quel suo viso calmo e
muto, comandava rispetto a coloro che avessero osato fissarle di
troppo. Nell’andare e nel tornare dalla chiesa le donne la salutavano:
«damigella Maria:» ed essa si fermava fossero signore o popolane;
appiccava discorso volentieri, interrogava e rispondeva benevola; e
(tutti abbiamo qualche peccato) se quelle persone vestivano a nuovo,
godeva a parlare della bella indiana, del rigatino, del bordato, che
sapeva discernere al tatto e all’odore. E alle voci conosceva anche
gli aspetti, e diceva delle cose e delle persone, servendosi sempre
del verbo vedere, come se davvero avesse veduto. Passeggiava
volentieri a lungo, ma fuori per i prati sulle rive del torrente, che
col suo mormorìo gli pareva un compagno caro come le nipoti che le
davano mano. Ma la sua felicità era l’estate, che se non s’andava in
villa, poteva passare le ore su d’un’altana, ombrata di luppoli, la
quale dava su di un vicoletto, e aveva di faccia la casa di quel don
Marco, stato maestro di Giuliano. Da un terrazzino di quella casa
benedetta, il giovane aveva veduta Bianca la prima volta, questa
dall’altana aveva visto lui; l’intelletto d’amore s’era in essi
destato; e per anni non era passato giorno, che non fossero stati
ognuno al suo posto parecchie ore. Ma Bianca, trovandosi in gran
confusione, si soleva tenere nascosta dietro certi vasi di fiori, col
cuore che le pareva pieno di musiche, di canti, di quell’aura
misteriosa che soffia la primavera. Non s’accorgeva di nulla la cieca,
don Marco qualcosa del suo alunno capiva: tuttavia sapendo che l’amore
nascente all’età di quei due è cosa divina, egli taceva.

Un giorno che ancora l’altana non era rinverdita, ma già si godeva a
stare all’aperto pel tempo bellissimo; la cieca e le nipoti v’erano
state confinate dal signor Fedele, il quale aveva in casa una persona,
con cui gli bisognava parlare in gran secreto; una persona che Bianca
sospettava chi fosse, e a pensarvi le pigliava un’uggia non mai
provata. Damigella Maria, con una sua scusa, fatta andare Margherita
nelle stanze disopra, stringeva coi discorsi Bianca; per sapere da
lei, come mai cinque giorni prima, (il giovedì santo) andando in
chiesa, fosse uscita in un grido mal represso, e quasi avesse
inciampato a guisa di persona confusa da vista inaspettata. Quella era
la quarta volta che la cieca tornava ad assalire la nipote con quei
parlari; dubitando che questa avesse veduto qualcuno, che già potesse
sopra il suo cuore; e voleva cavarle una confessione. Bianca si
schermiva, combattuta dal desiderio di dire la verità, provando anzi
il bisogno di sfogare qualcosa che le bolliva dentro; ma alla zia
no…. sentiva di non potergliela dire.

Potevano essere quel giorno, le quindici ore d’Italia, e il calesse su
cui veniva la signora Maddalena, giungeva a scoprire ii borgo di
C….; e Anselmo ne faceva avvisata la viaggiatrice, la quale al cenno
rispettoso di lui, alzò il capo, e guardò intorno quei luoghi non più
riveduti dacchè vi era venuta col marito, a porre Giuliano a scuola in
casa a don Marco. Rimirando quei luoghi, quasi sentendo d’averlo
ancora allato, pregò l’anima di lui a starle vicino; e le torri brune
di C…, le vette alte degli olmi che allora cingevano il borgo, il
castello in rovina, le parve facessero segno di antica amicizia.
Subito cercò coll’occhio i siti delle case a lei note; vi si mise
dentro colla fantasia, s’immaginò le liete accoglienze; e un po’
raccapricciava, pensando ai mutamenti e alle morti che vi troverebbe
avvenute; un po’ noverava le famiglie alle quali, appena avuta una
risposta da chi doveva darla, sarebbe andata ad annunciare le nozze di
Giuliano. E studiava le parole da dirsi; quando quel dolce lavoro
della mente, le fu turbato da uno spettacolo non veduto altra volta.
Pei campi e pei prati a sinistra della via, giostravano gli Alemanni,
passati a D…, mesi prima; quegli Alemanni odiati tanto da suo
figlio; e nei loro esercizi parevano governati da voci strane, alte,
rabbiose; da squilli di trombe, da rumor di tamburi. Alcune coorti di
cavalli galoppavano a briglia sciolta, varcando di lancio i fossati,
balzando con turbinoso agitare di zampe per disopra alle siepi,
divorando fragorose gli spazi a investire le squadre dei fanti; e
allora urla e scompiglio come in vera battaglia. A piè d’un
muricciuolo d’orti, di costa alla via, ardevano i fuochi del campo:
nereggiavano appese sopra le fiamme grosse caldaie, intorno alle quali
s’affaccendavano alcuni soldati luridi; mentre alcuni altri
contendevano per cavar acqua da un pozzo, e ne facevano altalenare il
mazzacavallo, come monelli. Da un poggio poco discosto, si diffondeva
un’armonia di strumenti guerriera e pietosa, che faceva pensare
all’Allemagna, alle famiglie di quei soldati, alle venture sanguinose,
cui erano condotti così da lontano.

La signora Maddalena veniva guardando tutte queste cose, piena di
compassione, e due o tre volte aveva affrettato coi cenni Anselmo
curioso e restio; il quale dopo un altro po’ di trottata, uscì dicendo
«siamo arrivati».

Erano dove la via correva tra le ortaglie del borgo, quasi in ripa ad
una gora, che mena anche adesso l’acque ad un antico mulino; e vedendo
a man diritta una chiesetta campestre, la signora Maddalena si
raccomandò al santo patrono di quella, qualunque egli fosse. Quella
chiesetta era dedicata a Santa Marta, e sorgeva allora solitaria in
mezzo a quegli orti; ma oggi la stringe dall’un dei lati, il cimitero,
dove se ne va in pace la nostra gente; dall’altro stanno quattro
muricciuoli a nascondere due tombe; nelle quali (molti lo credono) si
dice che stia rinchiuso il bieco governatore di Sant’Elena, colla sua
famiglia. In verità, sarebbe cosa da chiarirsi, se Hudson Low cacciato
di terra in terra come un malfattore, sia riuscito davvero a finire i
suoi giorni in quel villaggio, così vicino a Montenotte; dove il suo
prigioniero era stato preso sull’ali dalla gloria e dalla fortuna. Il
fatto è che in quelle due tombe, giace una famiglia di protestanti
inglesi, venuti a dimorare e a morire in C…., saranno poco più di
cinquant’anni; e i veterani di Spagna e di Russia, passando vicino a
quelle tombe; in cambio di pregare, godevano di calcarsi in capo il
cappello per far onta al morto, e tiravano oltre guardando losco e
brontolando.

Quel giorno che le tombe credute di Hudson Low, e i veterani di
Napoleone erano ancora di là da venire, Anselmo tirò oltre anch’egli;
e indi a poco, il calesse fu a traversare il ponte lungo, stretto,
basso di muricciuoli, i quali a ciascuna pigna formavano un angolo,
dove i camminanti potevano, bisognando, cansarsi dalle file di muli,
che allora varcavano numerose, spandendo per quelle valli la musica di
centinaia di sonagliere. In capo al ponte, sorgeva un’altra
cappelletta, (ve n’erano a tutti i passi) e questa serviva a deporvi i
morti del contado, fino a che la confraternita li venisse a levare pel
mortorio. Alcuni fanciulli vi ruzzavano baloccandosi a giocare alle
palle di piombo avute dai soldati che sempre sono loro amici; e
all’apparire del calesse stettero maravigliati, per non aver mai visto
altrettanto. Ma altri più discoli che facevano alle piastrelle sul
greto del torrente, s’affollarono su per la ripa a chi più corresse, a
chi arrivasse alla carrozza; e l’avrebbero assalita a furia, senonchè
il primo che potè agguantarla per di dietro toccò una frustata sulle
mani; e gli altri si fermarono intorno a lui piangoloso e umiliato,
che si fregava il bruciore zoppicando. La signora corrucciata,
rimproverava ad Anselmo il suo giuoco bestiale, e si volgeva addietro
a guardare pietosa il mal capitato.

Girando a manca repentinamente, di là a cinquanta passi s’era alla
porta del borgo, ampia d’arco, munita ancora delle gravi imposte dei
tempi, in cui si soleva chiuderla; e prolungata a guisa d’androne,
sotto una volta, dalla quale si levava una torre, stata alta e forte,
e poi mozza e divenuta casa di gente dabbene. In una delle pareti
sotto la volta, si vedeva una rozza dipintura, che aveva ad essere
l’immagine della Madonna; e di faccia a questa, in una stanza terrena,
umida e tetra, v’era la guardia Alemanna.

Spiacque molto alla signora Maddalena, dover attraversare lo spazio
tra il ponte e quella porta, perchè sott’essi gli olmi che in lunga
fila sorgevano fuori le mura, sebbene per la stagione non rendessero
ancora ombra, conversavano a capannelli i maggiorenti della terra. Uno
di quegli olmi che per essere solitario e molto spanto pareva piantato
là a posta per gente privilegiata, ed era il più vicino alla porta, si
chiamava l’olmo dei preti. Nessuno che non fosse stato prete o frate,
avrebbe osato di fermarvisi sotto; e in quel momento che la signora
passava, vi stavano a crocchio discorrendo assai caldamente, mezzo il
clero del borgo e mezzi i frati di un convento poco discosto, che
vedremo tirando innanzi. Qua e colà, soldati infermi all’aspetto,
sedevano al sole, fumando le loro pipe di Boemia, accidiosi e mesti; o
accosciati in molti, l’uno dopo l’altro, s’acconciavano tra loro i
capelli, s’intrecciavano le lunghe code; sudici, cenciosi
motteggiandosi nei loro linguaggi, come mostravano alle risa e agli
sdegni.

I discorsi di quei signori e di quegli ecclesiastici, volgevano su
cose di sì gran momento; che alla vista del calesse niuno si mosse tra
i curiosi sfaccendati, che in altra occasione avrebbero fatto folla
come i scimuniti. E bisogna sapere che questo avveniva perchè appunto
quella mattina era giunta la nuova che i Francesi, fattisi grossi,
all’improvviso, sul confine della repubblica di Genova, da Mentone a
Ventimiglia, ne avevano invaso il territorio, tentavano di guadagnare
i varchi e le vette dell’Alpi Marittime; e a calarsi da queste nelle
valli della Bormida vi avrebbero messa poca fatica.

La signora Maddalena gli udì litigare sui nomi dei luoghi invasi dai
Francesi e sulle distanze; e lietissima di non essere badata, si mise
dentro l’androne, e tirò diritto per la via maestra del borgo. Gli
artigiani si affacciavano agli sporti guardandole dietro un istante,
mettendosi poi a chiaccherare colle mogli, o chiedendosi da bottega a
bottega quella donna chi fosse. Essa smontò ad una porta, che Giuliano
le aveva descritto così bene, che neanco cieca avrebbe potato
sbagliare; disse ad Anselmo che desse di volta e andasse ad
aspettarla, oltre il ponte, presso certa casuccia di costa alla via;
poi salì le scale, d’onde s’udiva venir giù una pedata grave e sonora
di sproni. E subito comparve un uffiziale Alemanno, allegro in vista
come tornasse dall’aver vinto un’esercito; uomo tozzo e impersonato,
si che ad ogni mossa, muscoli e polpe parevano lì per isquarciargli i
panni. Portava in capo uno di quei berrettoni da ulano, che i vecchi
di quelle parti rammentano, paragonandoli per la forma a un
manticetto, e ne aveva coperta la fronte fin sulle sopraciglia; sotto
le quali balenavano un par d’occhi verdastri, grandi, mirabilmente
accompagnati a due mostacchi rossicci, folti, attorciati come le
branche d’uno scorpione. Ad averlo visto una volta, lo si avrebbe
potato ritrarre dal più inesperto con tre pennellate, di scorcio, di
profilo, di prospetto tanto la sua vista colpiva; ma da gentil
cavaliero, s’accostò al muro, lasciando spazio, quanto la sua persona
ne poteva concedere alla dama; la salutò con garbo tra soldatesco e
paesano; e questa continuò a salire fino all’uscio che andava a
picchiare.

Damigella Maria e Bianca non s’erano per anco mosso di su l’altana; e
una donna che aveva vista la signora Maddalena entrare dal signor
Fedele, passando pel vicolo, levò in alto la faccia, e disse alla
cieca: «damigella Maria, le viene in casa una signora forastiera.» A
Bianca il cuore fece dentro un gran moto, e proprio in quel punto
s’udì uno squillo del campanello. Essa, vi fosse o non vi fosse sua
padre a sgridarla, corse ad aprire; e la signora Maddalena non aveva
lasciato, sto per dire, il cordoncino del campanello, che l’uscio fu
spalancato, e le apparve Bianca, dimessa le vesti e in tutta la
semplicità della sua bella persona. Vederla, ravvisarla per quella che
le aveva detto Giuliano, prenderle fra le mani la testa e baciarla in
fronte, fu per lei un solo atto. E la giovinetta si lasciava fare tra
desiderosa e soprafatta, sentendosi discendere molto addentro l’occhio
di quella donna, che aveva i segni in viso d’una dolcezza infinita. Nè
sapeva, ma le pareva d’averla conosciuta; l’immagine di Giuliano
veduta a C… tre o quattro volte in quella settimana, la rivedeva lì;
non osava richiedere del suo nome la forestiera, ma era certa che
n’avrebbe risposto uno caro, già noto, chi sapeva quale? E non pensava
lei sola a Giuliano; perdio la signora Maddalena, guardandola la
paragonava per la bellezza a lui, qual era alto, aitante e fiero; le
pareva di vederlo cogli occhi nerissimi ora fulminei, ora mesti,
intenti nella fanciulla; gioì per essa che l’avrebbe trovato uomo
degno d’altissimi amori, la cui anima accesa di lei sarebbe divenuta
luce; e la castità della vita che brillava in volto al giovine, stimò
degna dalla vergine che aveva dinanzi.

Non v’è da meraviglirsi se in quel momento che quasi era in estasi, la
signora Maddalena credè già il parentado bell’e fatto; nè se passato
il primo silenzio parlò alla fanciulla con materna dimestichezza,
dandole del tu, o chiedendole dove fosse suo padre. Allora Bianca capì
di più, e tramando per la gioia, metteva lei in una sala; dove andando
e tornando alcuni passi, chiedendo confusa e rispondendo colle vampe
nel viso, seppe il dolce nome e corse come potè a chiamare il proprio
padre.

Chi pensasse che la sala del signor Fedele, sebbene tra le più belle
del borgo, fosse arredata con fasto, s’ingannerebbe di molto. I tempi
chiedevano poco, e il padrone d’arredi non si curava molto. Poche
sedie, coperte di cordovano nero die vi stava appiccato con borchie di
ottone; un divano scuro; uno specchio, che a guardarvi dentro si
pareva butterati; due quadri antichi, uno dei quali rappresentava il
sogno di Giacobbe, l’altro la Samaritana al pozzo: ecco tutto quello
che là dentro si poteva vedere in un’occhiata. A una persona nuova,
quella sala sarebbe forse paruta d’un israelita usuraio; ma Bianca
aveva lasciato negli occhi della signora Maddalena tanto bagliore, che
questa non avrebbe veduta più splendida la dimora d’un re. Rimasta
collo sguardo fisso là donde Bianca era sparita, quasi continuasse a
vederla, ad ammirarla, pensava a quella bellezza, mai più immaginata,
agli anni che avrebbe vissuto con essa nella felicità della sua casa
di D…, e benediceva Giuliano d’averla voluta per sua.

La tolse da quella sorta di rapimento la voce grossa del signor
Fedele, che veniva di stanza in stanza, approssimandosi con certi oh!
lunghi e pieni di reverenza; e indi a poco comparì egli stesso
frettoloso e grave, col dorso ossequente, e con una mano tesa ad una
accoglienza rispettosa, coll’altra acconciandosi tra l’orecchio e la
tempia una grossa penna di pollo d’India. Portava calzette nere, come
le portano i preti, e brache di stoffa tralucente e nere anch’esse; le
grandi fibbie d’argento delle sue scarpe lustravano da far gola ad
ogni mariuolo; le catenelle dei due orologi che aveva nel panciotto di
seta cangiante, gli battevano sonore sulle cosce; e quella penna
l’aveva presa passando dallo scrittoio, così per parere.

«Oh! suonate a gloria campane! sclamò egli appena vide la
visitatrice–la signora Maddalena! Ma che miracolo, che buon vento,
che fortuna è la mia? segga, si metta a sedere, la prego!» E voltando
dieci inchini; prima che la signora avesse potuto dire una parola, già
l’aveva ridotta a sedere sul divano, e le si metteva di faccia sulla
prima scranna che gli capitò d’agguantare–«Dunque ella sta bene,
proseguiva, ed anche suo figlio? n’ho piacere! So della disgrazia del
marito… eravamo amici, fratelli! sono dolori, ma che vuole! uno alla
volta s’ha da partir tutti! E laggiù il signor pievano, che è sempre
grasso, rosso….? questa quaresima hanno avuto un predicatore di qui,
mio grande amico e grande oratore…. com’è piaciuto?

«Piacque;–rispose la signora, cui quel tempestare del signor Fedele,
metteva addosso non sapeva che confusione.

«Eh……! Bisognerà bene che qualche giorno venga a D…. a
pigliargli un pranzo al pievano, se no mi scomunica!….»–continuava
egli–ma che vuole? non s’ha mai un’ora libera….. benedetti clienti,
benedette liti….!

«Chi sa?–diceva essa.–Forse io potrei darle occasione di venire a
D…. più sovente.

«Oh!–sclamò il signor Fedele; e componendosi colle mani sul
ginocchio, e col viso sporto, stette aspettando, come a dire, i cenni
d’una cliente che poteva pagare assai bene.

«A dire il vero–continuò la signora–vengo per una cosa di cui avrei
dovuto farle parlare da qualche amico nostro….. Ma lei mi
perdonerà…. mi scuserà….

«Scusarla!–saltò su a dire il legale–che mi fa celia? Io sono qui
tutto orecchi, non ha che a comandarmi, sono cosa sua io, la mia
professione, la mia casa, la mia famiglia….. e parla di scuse?

«Ebbene–disse la signora pigliando animo–vengo a chiedere la sua
Bianca pel mio figliuolo….

«Bianca?–bisbigliò egli sommesso, levandosi e correndo a chiudere per
bene l’uscio pel quale era venuto;–più che volentieri…. ma…..»–E
qui tornato a sedere, appoggiò il dosso alla spalliera della seggiola,
distese le gambe, sprofondò la sinistra nella saccoccia del panciotto,
poi colla destra si tirò sul petto la coda come soleva in tutte le
occasioni che gli davano da pensare.

«Dunque?–interrogò timida e rimescolata la signora.

«Dunque……., io le dico una cosa; se suo figlio vuole ammogliarsi,
diamogli tra un paio d’anni l’altra mia figliuola, la Margheritina…..

«O perchè non Bianca?

«Bianca…, non lo direi a mia madre se tornasse dall’altro mondo…,
ma a lei… mi sia segreta…, Bianca l’ho promessa……

«Promessa! sclamò la signora colla voce spenta di chi cadendo da una
grande altezza volesse mandare un grido:–promessa? e non vi sarebbe
rimedio?

«Oh! quando noi si promette, gli è come avesse parlato il re!

«Pazienza!–essa disse, e si levò da sedere per partirsi. Le gambe
quasi non la reggevano, e nulla sapeva più rispondere a lui; che
ingegnandosi di parere cortese le parlava di star a desinare, di
riposarsi, di far conto di essere in casa sua. A quell’uscio dove
Bianca l’aveva accolta, la signora prese commiato; e il signor Fedele
tornando al suo studiolo, passò vicino alla fanciulla, che sola,
atterrita, sedeva cogli occhi fissi sul pavimento, in una stanza
attigua alla sala. Essa aveva inteso ogni cosa. Soffermatosi a
guardarla allegro e malizioso in vista: «eh?–le disse–quanti ve ne
sono dei padri sui quali s’affollino i partiti per le loro figliuole,
l’uno che incontra l’altro su per le scale?» E piantò la poveretta,
che a questo parole capì a chi suo padre l’avesse promessa. Le parve
che la sua mente si spegnesse; ondeggiò, si slanciò forse per
raggiungere la signora Maddalena…..; poi non potendo altro, corse
sull’altana, a smaniare colla testa in grembo alla zia, la quale
chiedeva invano che vi fosse, e in quella novità non si sapeva
raccapezzare.

Sgomenta forse quanto Bianca, la madre di Giuliano camminava,
s’andasse a riuscire dove si fosse, pur d’allontanarsi da quella casa
e dal borgo. Ma a un tratto diede di volta, rifece la via, fu alla
casetta di don Marco, ed entrò chiamando il prete.

Don Marco stava solo solo nella sua cameretta, leggendo l’_Emilio_ di
Gian Giacomo, avuto di quei giorni da un amico di gran segreto; e
quella lettura gli aveva destato un’avidità febbrile che non gli dava
pace nè giorno, nè notte. Uditosi chiamare, si fece incontro con quel
libro in mano a chi veniva, e non appena ebbe visto la signora:

«Ecco! ecco–sclamò–suo figlio voleva essere educato con questo
libro…., e appunto leggendo pensava a lui……

«Meglio–rispondeva essa–meglio non aver figliuoli, o non essere al
mondo a vederli infelici.»

Queste parole e l’atto con cui cadde di sfascio su d’una scranna,
fecero tremare al prete le membra e la vita, come se d’un tratto gli
si fossero aggiunti vent’anni, nè trovava il fiato per domandarle che
le fosse accaduto. Ma in quella s’udì un passo precipitoso, e Bianca
accesa in viso di pudore, e bella per angoscia di più scolpita
bellezza, si mostrò sulla soglia. Avendo vista dall’altana la signora
entrare dal prete, e non potendo più reggere; per certa scaletta che
metteva a terreno, era discesa, aveva attraversato il vicolo, e
capitava là dentro a crescere lo stupore di don Marco, gettandosi
nelle braccia della signora. La quale a prima giunta credendola
inseguita, la strinse al seno, guardando l’uscio se qualcuno
irrompesse; poi reggendole la fronte: «o Bianca–sclamò–siamo
infelici tutti!

«Ma io–proruppe la fanciulla–quell’Alemanno non lo sposerò!

«Che….? quello forse che incontrai per la vostra scala…..?–disse
la madre di Giuliano chiarita in un sol punto di tante cose e anche di
quell’odio giurato agli Alemanni dal figlio. E la fanciulla con voce
solenne:

«Sì…., ma morirò! nessuno potrà costringermi…. nemmeno mio padre!»

«Bianca–entrò a dire don Marco, che rinvenuto dallo sbalordimento,
molto aveva capito da quelle poche parole;–e perchè parli sdegnato
del padre tuo?»

La fanciulla tacque e chinò gli occhi dinanzi al sacerdote. Egli
continuò amorevole:

«A che ti vorrà costringere tuo padre? Perchè tu lo accusi? Va,
piangi, sfogati, e prega; stattene raccolta nella tua camera più che
puoi…, la solitudine addolcisce l’anima e insegna molte virtù a noi,
e a chi ci pare contrario…! Abbraccia la signora Maddalena…, essa
mi dirà ogni cosa…. t’aiuteremo.»

Così dicendo sciolse la giovinetta dalle braccia della signora, la
prese per mano e la condusse verso l’uscio con gran dolcezza. E «non
ti scaccio, no–le disse–ma va, e vedrai che ti vogliamo bene…»

Da quella soglia, la poveretta, con uno sguardo lungo insaziabile, si
fissò nella madre di Giuliano; poi si fece forza e partì, confusa e
meravigliata d’aver tanto osato.

«Povera Bianca!–sclamò don Marco–dunque se ho capito bene…?

«Sì,–interruppe la signora–venni a chiederla sposa pel mio
figliuolo, e la trovo promessa….!»

«Promessa, s’intende a sua insaputa; e siamo in terra di cristiani!

«E dire che Giuliano l’amava da anni! Benedetto figliuolo, se me ne
avesse parlato!

«Ed io–disse il prete con voce impressa di rimorso,–io che m’era
accorto di quest’amore, sin da quando egli veniva a scuola da me! la
colpa è mia che avrei dovuto mettermi di mezzo, e prima ch’egli
andasse a Torino, chiedergli che avesse in mente di fare…! Forse non
avremmo adesso quest’Alemanno tra’ piedi….

«Ma don Marco, don Marco; Giuliano come farò a quetarlo…?

«Bisogna fare che di questo soldato non sappia nulla; pensiamo che
questi stranieri sono strapotenti; che qui non si vede nulla più bello
di loro: e un cenno, un’occhiata, un sospiro bastano a farci
incatenare e condurre come malfattori sin chi sa dove…!

A queste parole la signora Maddalena, quasi dimenticandosi di quel
primo dolore; s’empiè di paura, per la nuova sorta di pericoli a cui
Giuliano si poteva esporre.

«E allora–proruppe–io non veggo altro rimedio che nel farlo
ripartire per Torino! Venga, venga con me, m’aiuterà a persuaderlo;
gli diremo che prima di tutto il padre di Bianca vuole che egli sia
medico, e che del matrimonio se ne parlerà poi…; per l’amor di Dio
venga, perchè io sento che mi pende sul capo una grande sciagura!

«Non per rifiutarmi no;–rispose don Marco–ma se io venissi a D….,
non gli potrebbe nascere qualche sospetto? Egli è figlio rispettoso;
lo potrà indurre la parola della madre, più che cento d’amici…. E
parta prima che gli venga in mente di tornare qui….; gli prometta
tutto quello che può giovare a persuaderlo: meglio un inganno pietoso,
che un guaio inevitabile…. Poi vi è di buono che questa fanciulla
pare deliberata a soffrire ogni cosa piuttosto che sposarsi ad un
altro… Io farò di saper meglio questa faccenda dell’Alemanno;…. e
alla fine delle fini, vuole che le ne dica una….? I Francesi sono a
due passi da qui; la guerra non è cosa da cristiani, ma alle volte
rimedia a tante brutte cose! Chi sa? Calando di qua dai monti i
Francesi troncheranno questa e molte altre storie, scacciando dalle
Langhe questi Alemanni, che già v’hanno spadroneggiato di troppo…!»

Parve alla signora Maddalena, che don Marco parlasse d’oro, e da quei
discorsi pigliava consiglio e forza e sino a un certo segno
consolazione.

Bianca intanto, tornata sull’altana, questa volta non conobbe più
freno, e si gettò a’ piedi di damigella Maria; la quale fuori di sè
per quei portamenti, ondeggiava tra l’usare la collera e la dolcezza.
Ma a questa volta la fanciulla le si aperse; le si confidò d’un
Alemanno che la guardava da parecchio tempo; che sempre a passeggio e
nell’andare a messa se lo vedeva innanzi: e disse che la persona cui
suo padre aveva parlato quel mattino in tanto segreto, era appunto
colui e che di certo gliela aveva promessa. «Ma io non lo voglio!»
continuava, e narrò dell’amor suo per Giuliano; chiese perdono di non
le aver detto mai nulla; parlò della signora Maddalena venuta a
domandarla per suo figlio, e ridisse che voleva bene a lui, e che
sarebbe morta piuttosto che sposare un altro. La cieca piangeva con
quei suoi occhi spenti, lagrime di tenerezza e di paura; nella sua
mente vide chiaro che i tempi delle lotte domestiche erano giunti; il
suo cuore sentì da madre; e si mise dalla parte di Bianca.

Tutte queste cose accadevano in meno di due ore dalla venuta della
signora Maddalena in C…, e l’orologio della chiesa parrocchiale
batteva le diciasette, quando essa usciva di casa a don Marco,
accompagnata da lui per tornare a D….

I due camminando per una viuzza fuori mano giunsero al ponte, e
passando vicino alla cappelletta, dove un par d’ore prima ruzzavano i
monelli, videro gente trarvi a folla, e vollero guardare che fosse. Vi
giaceva un soldato alemanno, morto e sanguinoso, stato calpestato dai
cavalli nel campo. I commilitoni l’avevano portato sugli schioppi, ma
là, poveretto, era spirato. La donna infelice e don Marco si
allontanarono, questi recitando una preghiera tra sè, quella pensando
alla madre lontana di quel morto, la quale in quell’ora non aveva
alcun sospetto di tanta sventura. E la prese una profonda malinconia,
all’idea della fossa, in cui i soldati avrebbero sepolto quel misero;
fossa che si sarebbe chiusa come quella d’un bruto. Allora le si
diffuse in faccia un’aria di rassegnazione più durevole e pietosa, e
volgendosi al prete gli disse:

«Don Marco, è vero; vi sono al mondo madri più sventurate di me!

«Eh! signora–rispose il prete–la terra se la dividono in due, la
sventura e la ingiustizia…; e in tanti secoli che Gesù è morto, le
sue promesse sono di là da compirsi!»

La signora lo guardò maravigliata, ma tocca da quelle parole; e
tirarono innanzi senza dir altro, sino alla casuccia, dove Anselmo col
calesse cominciava a spazientarsi, e scerpando manate d’erba, ne dava
a mangiare al cavallo. I due s’accomiatarono ridicendo cogli occhi
tutto quello che s’erano detto a voce; poi essa si mise dentro il
legno, Anselmo si chinò per baciare la mano al prete, che non volle
lasciarlo fare: ma come il cavallo partì, diede di volta pensoso, e
passo passo lasciandosi menar dalle gambe, se ne tornò a casa.

Egli era, povero vecchio, il decano dei preti di C…, portava alla
meglio i suoi settant’anni, e viveva solo. Da lunga pezza aveva visto
addensarsi la bufera, che in quei giorni rumoreggiava terribile dalla
Francia; e alcuni che erano stati da lui a scuola, ora che si udivano
i fatti, rammentavano certe sue parole, dette molti anni prima, come
profezie avverate. Scoppiata la rivoluzione egli ne aveva avuto un
senso, diverso da quello fatto al clero, e per esempio a don
Apollinare: perchè egli la capiva nelle sue cause; perchè egli aveva
un cuore così grande, che nato re si sarebbe fatto mendico; perchè
pensava che il medio evo fosse stato un troppo lungo oltraggio alla
dottrina di Gesù, ed ancora non gli pareva finito. Perciò il grido di
quella rivoluzione gli era giunto come una voce nota; e gli aveva
fatto chinare la fronte, quasi somigliasse in qualche guisa ai tuoni
del Sinai. A Parigi sarebbe stato coi Girondini sino alla morte; ma
amava Danton, in cui per quel poco che n’udiva così da lungi,
ravvisava qualcosa di San Paolo; in Vandea avrebbe dato il cuore a
Bonchamps, la mano a Marceau; nel suo borgo oscuro, era un povero
prete, poco capito, che viveva insegnando la buona latinità. Dal quale
ufficio, e da un poderetto che aveva sui colli vicini, e formava il
suo patrimonio ecclesiastico, gli veniva quel po’ di bene che faceva a
metà coi poveri, che di quei tempi battevano numerosi alle porte.
Molto aveva speso in libri e molto gli aveva studiati; e così vissuto
in certa maniera coi morti, s’era mescolato poco a quel volgo di
ricchi sfaccendati e di preti ignoranti, de’ quali la borgata allora
era ingombra. Questi ultimi sebbene mostrassero d’onorarlo, lo
scansavano volentieri; ed egli esperto di sè e del mondo, non se ne
aveva a male. Del sacerdozio pensava un po’ alla sua maniera, forse da
cristiano primitivo; perchè si narrava che un giovane volendo farsi
prete, ed essendo andato a lui per consiglio, egli gli avesse detto:
«Tirate innanzi un altro tantino colla vita, poniamo fino ai
cinquanta: e se a quell’età vi tocchi qualche gran dolore, se Dio vi
chiami colla voce severa della sventura; datevi a consolare le
afflizioni altrui, parlando del cielo, e pregando con tutti. Sarete un
buon sacerdote, di questo v’accerto io: ma a vent’anni farsi prete,
come altri si fa medico, soldato, o che so io… no… no… non istà.

«Ma e lei?–si dice che interrogasse l’altro stupito. E don Marco:

«Io? Eh! io sono un uomo che in settant’anni ho imparato molte cose!»

Man mano che invecchiava la sua vita si faceva più raccolta ed
operosa, come di chi si apparecchia il viatico per mettersi in
cammino; la sua casa s’andava spogliando, ed era ormai quasi vuota.
Dormiva su d’un letticciuolo di paglia, perchè aveva dato il proprio
letto a due poveri sposi; s’ammaniva da sè il cibo, mangiando da
tenersi ritto; e nei detti, negli atti, in tutto, mostrava d’attendere
la morte come l’ora dell’adempimento d’un dovere verso gli uomini, e
d’un diritto fatto valere verso l’infinito.

CAPITOLO SECONDO

Marta essa sola, se fosse stata vicina a Giuliano, non avrebbe avuto
rispetto alla sua meditazione; offesa, stizzita, afflitta, per le cose
udite da lui. A quell’ora dava volta nel proprio letto, ora su d’un
fianco ora sull’altro; colla mente piena d’Alemanni, col cuore
travagliato dalla paura del pievano; il quale aveva predicato e fatto
predicare dal capuccino del quaresimale, che guai a chi avesse negato
qualcosa a qualcuno di quei soldati. Ora questo pievano non era uomo
da farsi pigliare a gabbo; e quel che diceva faceva; e le cose della
sua cura le conosceva a puntino; vedendo dentro le case come fossero
state senza tetto, o avessero avuto le mura di vetro. Venuto
trent’anni prima a quella pievania, la gente del borgo gli era nata
più che mezza sotto gli occhi; e quelli che non erano stati battezzati
da lui lo temevano, sebbene gli fossero meno reverenti. Rammentavano
d’essere andati ad incontrarlo il giorno del suo arrivo, lontano un
bel tratto, in processione, a suon di campane; e vivevano ancora quasi
tutte le donne, che da giovinette tra le più belle e dei migliori
casati, gli avevano fatto la fiorita per la via, vestite di bianco, e
cantando lodi come al Nazzareno. Ma in cambio, a cavallo d’una
gagliarda giumenta, accompagnato da un mulattiere carico di parecchie
casse, e da una donnicciola che pareva venisse a morte su d’un’asina
stanca; avevano visto comparire un prete prosperoso e di cera ardita;
il quale ricevute le prime accoglienze, aveva subito comandato di dar
volta ai maggiorenti che menavano la processione, e alle fanciulle
che, dinanzi a lui, s’erano tutte confuse e messe cogli occhi bassi.
Entrato al suo posto, era stato poco a mostrare d’aver preso alla
lettera i nomi di pastore e di gregge: alcuni che avevano osato di
badare alle opere sue, con due o tre esempi gli aveva fatti star
zitti; e a poco a poco s’era acconciato in casa, come se fosse stato
certo di campare cent’anni. E a dir vero, ai tempi di questa storia,
aveva già fatti i funerali a una generazione intera, senza essersi mai
lagnato d’un dolor di capo; e faceva conto di logorare un’altra
ventina di calendari, prima che un successore fosse venuto a cantargli
le esequie. Allora aveva sessant’anni, e a vederlo come vestiva lindo
e con panni bene attagliati alla persona, si capiva che da giovane gli
era piaciuto di parere un bel prete: ma i suoi occhi grigi, le guancie
rubiconde e un tantino cascanti senz’essere flosce, i capelli sciolti
e giù bassi sulla fronte; un paio d’orecchie grossissime, infiammate,
ciondolanti a guisa di bargiglioni, gli davano piuttosto l’aspetto
d’un uomo stato pronto e violento. Forse aveva sbagliato il mestiere,
perchè sui fatti suoi, rispetto a certi voti, nessuno osava lodarlo;
era avaro salvo che in certi casi che faceva il grande coi grandi; e
per desinare da un amico non badava a fare mezza dozzina di miglia.
Sebbene fosse di poca coltura, perchè appena uscito di Seminario aveva
smesso di leggere; non isdegnava gli ecclesiastici dotti, se gli
accadeva di incontrarne qualcuno: ma i laici che sapevano di lettere
li teneva d’occhio, e godeva che il volgo li chiamasse stregoni e gli
avesse sospetto. Anzi li gridava dal pulpito a dirittura uomini
perniciosi, citando esempi, facendo allusioni, dando a capire di chi
voleva parlare; e queste erano piccole giunte alle prediche che egli
sapeva fare, e che ogni tre o quattro anni tornavano sempre ad essere
le stesse; perchè egli le studiava in certi quaderni di carta
ingiallita, scarabocchiati sulle copertine con frappe, con date
antiche, con nomi diversi di preti, annestati a motti latini. Quei
quaderni erano una sorta d’eredità passata per molte mani, e tenuta da
lui molto riguardata in una cassetta, che il giorno del suo arrivo era
parsa ai curiosi uno scrigno: e le più belle di quelle prediche le
recitava dinanzi ai nobili, che dal Monferrato o da altra parte del
Piemonte, capitavano la state a pigliare i freschi nei loro poderi di
quelle valli. Era conosciuto da tutti costoro, perchè tutti ei
visitava lontano sin dove poteva andare e tornare in una giornata; e
ne aveva avuto sempre doni e carezze. Diceva spesso d’uno molto
potente in corte al Re di Sardegna, che gli aveva dato a capire, di
non sapere bene se i preti gli avesse a chiamare prima o seconda
milizia dello Stato; e che a sentir suo, nella loro gerarchia, un
pievano era pari e forse da più d’un capitano in quella dei soldati di
sua Maestà. Del rimanente ogni volta che tornava fuori con questo
discorso, finiva sempre dicendo che agli onori non si doveva badare;
la massima che l’uomo non deve porre troppo affetto nelle cose
terrene, nè in padre, nè in madre, l’aveva sulle labbra sovente, come
fosse un suo proverbio; forse non aveva mai pianto, prosperava un anno
più dell’altro; nel 1794 faceva quasi la sessantina e il suo nome era
don Apollinare.

La donna arrivata con lui il giorno ch’egli chiamava del suo avvento,
era una sua sorella più vecchia che ei si teneva in casa; creatura
spersonita ed infermiccia, che proprio reggeva l’anima coi denti. Era
così asciutta e grinzosa, che un parente tornato a vederla dopo mezzo
secolo, non avrebbe osato abbracciarla, dalla tema di sentirsela
scricchiolare tra le mani. Sotto la cuffia che colle guarnizioni
faceva alla faccia scarna una cornice disadatta, mostrava corti
capelli color di cenere, che forse erano una parrucca: un’aria soave
di purità, spirava da tutta la sua esile persona; aveva di bello gli
occhi, neri, grandi, pieni d’una profonda bontà. E buona la era
davvero, sebbene la natura e la fortuna se la fossero presa in fra
due; e la prima n’avesse formato una di quelle creature che stanno
sulla terra lunghissimi anni, e paiono sempre vicino a morire; l’altra
l’avesse posta tra quelle donne, costrette a rimanersi zitelle e ad
invecchiare in casa a qualche congiunto, non care, non respinte,
sofferte quasi da serve. La poveretta bisognosa di consolazioni più
che d’aria per vivere; dopo la sua venuta a D…. non ne aveva avuto
che di due maniere, quasi da celia. Ed una era questa che se la
quaresima capitava al presbiterio qualcuno, recando uova e salati, e
chiedendo licenza di mangiar latticini e di non digiunare, per sè o
per un ammalato; essa con aria mistica e solenne mandava il
supplicante, sciolto dalle discipline del magro e del digiuno; e non
dimenticava mai di dire, che a concedere quelle licenze, il vescovo ci
aveva messo il pievano, e il pievano ci aveva messo lei. L’altra delle
sue allegrezze la provava ammanendo il caffè pel suo fratello ogni
giorno, e le feste solenni per i sette od otto preti del borgo, che
venivano a pigliarlo con lui dopo il desinare. Godeva a udirli sorbire
quella bevanda, di cui allora si cominciava appena a parlare, come di
cosa dell’altro mondo; ma essa non ne assaggiava, perchè la sua bocca
non era da tanto. Si innebriava aspirandone il fumo, si teneva onorata
d’avere in casa quella delicatura, che anco i più ricchi del borgo non
avevano ancora; e se conversando dinanzi la porta, colle donne del
vicinato, le riusciva di far cadere il discorso su tanta grazia di
Dio; ne diceva da far venire l’acquolina a tutte; poi con certo suo
piglio orgoglioso e cortese, saliva di sopra, e poco dopo s’affacciava
con in mano un bricco lucente, donato al fratello da non so che
marchesana di quelle parti. E porgendolo a vedere imitava, senza
volerlo, l’atto che soleva fare il pievano, nell’alzare il reliquiario
più venerato della chiesa, a scongiurare il mal tempo. I fanciulli,
che non sapevano del celibato dei preti, sino a una certa età non la
chiamavano altrimenti che la moglie del pievano; al suo nome di
Placidia, si soleva aggiungere dai più il titolo nobilesco di donna;
derisione inconsapevole a una povera creatura, che nulla aveva della
donna salvo che i guai; nessuno avendola mai chiesta sposa, nessuno
amata, e potendosi dire di lei, che la si aveva lasciata vivere per
non commettere un peccato mortale.

Don Apollinare non aveva dato guari segni di voler bene a questa sua
sorella, nei tempi quieti; ma in quelli torbidi che s’erano messi
verso il 1790, la teneva come persona nudrita a posta, per poter darle
in casa i resti delle invettive, che scagliava in chiesa e fuori
contro le cose di Francia. Le quali in sul cominciare non gli erano
parse di gran momento; e a chi glie n’aveva chiesto, s’era contentato
di rispondere che erano follie di popolaglia, e che o pane o bastone,
avrebbero finito in nulla. Ma il 1791 gli era cascato addosso come
fosse stato la volta del Sancta Sanctorum, sfasciatasi mentre egli era
all’altare; e d’allora in poi aveva tenuto l’orecchio alzato a tutte
le novelle che poteva avere da quel paese. Ad ogni corriere, che
capitava ogni mese una volta, si faceva sempre più pensoso; i notabili
del borgo gli si raccoglievano intorno spauriti della sua cera: egli
parlava loro un linguaggio pieno di misteri: e se qualcuno osava
annunziare di suo, cosa che avesse inteso da gente d’altri borghi, o
dai mulattieri, che pei loro traffichi praticavano verso la Provenza;
quello agli occhi di lui, era pecora vicina a sbrancare, e cominciava
a tenerlo d’occhio. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo, avuta per
via dei suoi superiori, due anni dopo che se n’era udito parlare, gli
aveva fatto passare il giorno più nero di tutto quel tempo. Letta,
riletta, meditata a lungo quella scrittura; chiesto a sè stesso mille
cose circa quei diritti, aveva finito col capire nulla di nulla; ma in
cuor suo rese grazie a Dio d’aver fatto morire un tale cui quel foglio
sarebbe giunto per certe vie ch’egli sospettava; un tale che avrebbe
fatto le capriole dall’allegrezza solo a leggere quelle sciocche
parole, e a dirne qualcosa fra il popolo della pieve! Dio non aveva
concesso che in tempi di pericolo, il lupo stesse a rondinare intorno
all’ovile, ed aveva fatto benissimo. Quel morto che da vivo gli era
stato in ira, aveva lasciato dietro di sè un figliuolo ricco, giovane,
non di buon ramo; ma egli sperava di poterlo raddurre; e ad ogni modo
gli tornava meno molesto del padre, e confidava nell’opera della
madre, che appunto era la signora Maddalena. Con questa si era lagnato
parecchie volte, accusandola d’aver troppo allentato il freno al
figliuolo; aveva predetto che le sarebbe stato cagione di grandi
scontenti; e s’era lasciato andare sino a farle la confidenza, che
Giuliano era la più acuta spina che avesse nella sua pieve. Pensava
tuttavia che coll’aiuto del Signore, passati i bollori dell’età
giovanile, arrivato ch’ei fosse in sui trenta, si sarebbe messo a
vivere più assegnato, più da senno, più da buon cristiano; e su avesse
voluto dire tutta la verità, non gli spiaceva che egli in quei tempi
torbidi se ne stesse a Torino. Perchè i suoi superiori gli scrivevano
sempre d’aprir gli occhi, di star sulle guardie; e senza che si
aggiungesse la briga di dover badare a un giovane ricco fatto di sua
testa, e che se la sentiva di disputare anche con un monsignore, a lui
da fare gli pareva di averne già troppo. In fatti s’era messo a spiare
più attento, a capitare improvviso nelle case altrui, a scrutare le
donne chiacchierone; e come le cose di D…. stavano nei limiti egli
credeva di molto operare per la salvezza del mondo. Ma un giorno,
mentre che stava desinando, gli fu portato uno scritto del suo
vescovo, che parlava di Re Luigi stato giudicato ed ucciso. «Non può
essere!–esclamò egli dando il pugno sulla mensa, per modo che il
bicchiere si rovesciò–questa è una celia che mi si vuol fare, guai
all’autore, se lo scopro!» A queste grida donna Placidia che veniva
recando un piatto, si fermò sulla soglia guardando il fratello, e le
parve ammattito. Egli intanto, tenendo il pugno chiuso e teso verso di
lei, rilesse la lettera, e vide ai bolli che non v’era da dubitare.
«Portate via ogni cosa:–continuò allora con voce dimessa–i popoli
ammazzano i re, e questi sono tempi da fare penitenza!»–A donna
Placidia la novella non fece nè caldo nè freddo; tanto più che il vino
versato sulla tovaglia e grondante dalla mensa sul pavimento, non era
segno di disgrazia vicina. Ma egli credè d’udire i cardini del mondo
stridere per uscire di posto; la pace da lui serbata in D…. non
aveva giovato nulla e se ne doleva: prese il libro dell’Apocalisse,
ora in capo, ora in fondo, lo lesse; lo rilesse, lo predicò dal
pulpito; spaventando i fedeli che non l’avevano mai inteso parlare a
quel modo. Tenne con sè quel libro giorno e notte quasi sperasse di
poterne trarre qualche aiuto nell’ora dell’imminente ruina; dopo
dieci, venti, trenta giorni, vedendo che il sole continuava ad alzarsi
dallo stesso lato, si quetò su quel fatto del regicidio; ma gli rimase
una gran paura dei Francesi nemici di Dio, uccisori di nobili e di
preti, belve che non più frenate da nessuno, avrebbero invasa la
terra, e forse anche il borgo di D…. A rimettergli il cuore in
corpo, non vi vollero meno di quelle migliaia d’Alemanni, venuti di
Lombardia e passati per D…. nell’andarsi a porre a campo vicino a
C…. borgo tenuto in conto di capitale dell’alte Langhe. La vista di
quelle genti, di quelle assise, che ridestavano i ricordi di Marta,
levarono a speranza l’animo del pievano; il quale fu il primo ad
ossequiare il capitano dell’impero, annoiandolo con certa orazione
latina, che diceva come i popoli delle trentasette terre delle Langhe,
rammentassero d’essere stati sudditi di sua Maestà Imperiale, sino a
cinquant’anni addietro; e che bramavano d’essere tenuti dai signori
Alemanni come cosa loro. Offerse agli ufficiali la sua casa, la sua
cantina, tutto sè stesso: e se d’una cosa si dolse, fu d’aver udito
che i più grossi eserciti d’Alemagna, si travagliassero in sul Reno,
di cui egli non sapeva nè dove nè che cosa fosse. Quella, a sentir
lui, era gente sciupata; quattro e quattro otto l’avrebbe voluta tutta
lì in val di Bormida; tutta, da poterla vedere, affacciandosi al
balcone; e allora si sarebbe messo a ridere dei Francesi. Tuttavia
rifatto un po’ più tranquillo, tornò a mangiare gagliardamente, a
dormire sonni quieti, a dire ogni mattina alla punta del giorno la sua
messa; alla quale s’affollavano i contadini, prima d’andare a far
giornata nei campi, e vi venivano le serve e le donicciuole più divote
del borgo, tra le quali Marta non mancava mai.

La povera vecchia soleva alzarsi prima che fosse l’alba, e queta
queta, si metteva in capo il _mesero_ stampato ad augelli e ad alberi;
poi camminando in punta di piedi, e frenando la sua tosse mattutina,
usciva di casa e saliva in castello. Per l’età sua ogni onesto le
avrebbe consigliato di astenersi da quel disagio; ma essa faceva
quell’erta come a bersi un bicchier d’acqua. Sentita la messa tornava
che di solito la padrona era ancora in camera; e s’accingeva alle sue
faccende, talvolta cantarellando, talvolta brontolando, ma sempre
festosa come una cuffia nuova sul capo d’una bella dama.

L’indomani di quella sera, in cui Giuliano ne aveva detto di così
grosse; sebbene non avesse quasi dormito, la campana di castello
cominciava appena a suonare l’avemaria, e Marta era bell’e vestita e
pronta ad uscire. Pensiamo un po’ che stupore dovette essere il suo,
quando giunta alla porta, o tesa la mano, per agguantare la chiave,
non la trovò nella toppa! Subito si rammentò che la sera innanzi la
padrona aveva voluto chiudere da sè; pensò che la chiave se l’era
portata di sopra, e indovinò anche la cagione di quella novità; ma le
parve che non fosse l’ora da andarla a disturbare. Però l’idea di
mancare quel mattino alla messa, le fece avvampare il vecchio sangue,
che già le impaludava nel cuore; e fattasi animo, salì dalla signora,
la trovò desta, chiese perdono; e avuta la chiave s’affrettò a
rimettere il tempo perso. Nell’aria si udiva tuttavia la romba della
campana, ed essa già entrata in chiesa; si rannicchiò nel banco dei
padroni, si segnò, guardò, e tra due moccoli accesi allora, vide il
signor pievano che saliva all’altare. Lieta d’essere giunta a tempo,
pur non potè difendersi dalla stizza della sera innanzi; e quella
storia delle chiavi custodite dalla signora; i certi dubbi e paure che
non sapeva donde venissero, le ingombrarono la mente, con i pensieri
che non erano d’orazione, tornarono ad assalirla; si raccomandò al
santi, alla Madonna, si morse le labbra, invano: la sua testa andava
in volta, e la messa fu finita senza che, povera donna, le fosse
riuscito di recitare un intero pater. Allora delle sue distrazioni ne
fece un’offerta al Signore, e il pievano non era più all’altare da un
quarto d’ora, quando essa, malcontenta di sè, si levò per tornare ai
fatti suoi. Ed ecco don Apollinare che, l’aspettasse o no, le si fece
incontro sul piazzale della chiesa, colla tabacchiera aperta, dicendo:

«Ebbene, nostra Marta, come state?

«Eh signor pievano, da vecchia bene anche troppo!

«Oh! vecchi non si è mai, finchè l’appetito ci serve!–e qui il prete
porgeva alla donna la tabacchiera, che vi facesse dentro una
pizzicata.

«L’appetito–rispondeva Marta sfregando le dita contro la veste, quasi
per nettarle prima d’accostarle alla tabacchiera;–l’appetito come Dio
vuole c’è, sebbene del mio pane n’abbia mangiato le nove parti…..

«Mangiate anche la decima, e vi rimarrà quello del paradiso:–disse il
pievano–intanto a conti fatti avete visto nascere molti che sono già
all’altro mondo; e molti vi passeranno innanzi, che credono di non
morire mai perchè sono giovani…. A proposito di giovani, ho inteso
che il signor Giuliano è qui in D….?»

Al modo altezzoso con cui don Apollinare dava del signore a Giuliano,
Marta si sentì gelare il cuore, e a mala pena rispose:

«C’è venuto a fare la pasqua….

«La pasqua! E dove la fa la pasqua? A tavola, o forse a C…., dove è
già andato tre o quattro volte, a trovare i giacobini che appestano
quel borgo? Ah l’ha fatta pur grossa la vostra padrona, quando lasciò
ch’egli andasse a studiare a Torino! Voleva farsi medico? Ebbene, non
poteva fare come tanti altri? impratichirsi da qualcuno dei vecchi,
che hanno sempre fatto il mestiere, senz’essere mai usciti da questi
monti? Io l’avrei raccomandato al marchese di C….. al conte di
P….., e quando fosse stato tempo, questi delle licenze di curare i
malati, gliene avrebbero dato, per amor mio, non una ma dieci….! Ma
egli, superbo, no….! questi dei nobili, che danno licenza ai medici,
sono privilegi di medioevo; io non ci vado a trottare sulla mula tre o
quattro anni pei monti, per essere poi ammesso al cospetto del
marchese, a disputare dell’arte mia col prete di casa….! io non ci
vado a farmi compatire dal nobiluomo, che colla parrucca in capo e
colla pergamena già pronta, accennerà cortese o farà rabbuffi, se il
pranzo non gli avrà fatto pro: io non ci anderò a tribolare l’umanità
mandato da questi signori…. no….! ha detto così il superbo, e andò
a Torino…. Almeno ci stesse per sempre laggiù! ma vedete come egli è
ritornato pieno di religione? Voi dite che egli è venuto a fare la
pasqua…..; tutti i galantuomini a quest’ora l’hanno già fatta, ma
lui, lui chi l’ha veduto?

«Ma! sospirò Marta facendo spallucce, in guisa che parve una
chiocciola che ritraesse le corna nel guscio.

«Basta!–soggiunse risoluto il pievano–vedremo che intenzione ha:
ditegli che stamattina l’aspetto.»

E diede di volta, piantando la povera vecchia; la quale stata un poco,
come non sapesse più ritrovare la via, partì, un passo innanzi
l’altro, colla mente a quelle parole, che le suonavano col sordo
rumore d’un temporale vicino. Discese di castello, con una gran guerra
di pensieri nel capo; e giunta a casa, buttato il mesero su d’una
sedia, si mise a rassettare e a spolverare gli arredi, senza badare a
non far rumore; parendole che la padrona non avesse a rimproverarla
d’averla sturbata, dacchè pel figliuolo di lei, le era toccato dal
pievano quella mortificazione. A un tratto rimasta colla mano in alto,
guardando il soffitto, stette a udire certe pedate nel corridoio di
sopra, che le parvero di Giuliano; gioì al pensiero di potersi alfine
sfogare, e smesso il suo lavoro, se lo vide comparire dinanzi.

Calzava gli stivali a ginocchiello, e aveva in gamba le brache di
nanchino giallognole, che i signori di quei tempi tiravano fuori dagli
armadi il giorno di pasqua, fosse questa alta o bassa, ossia nella
stagione ancor fredda, o già nella dolce. A vederlo vestito proprio
come la sera innanzi, quand’era tornato da C…., Marta credette che
egli fosse in punto di ripartire e gli disse:

«Che tornate a C….? No? O allora toglietevi di gamba coteste brache
che paiono di ghiaccio! Che si mettano la festa di pasqua per
santificarla, sta bene….. ma…. e la pasqua starebbe anche meglio
santificarla in un’altra maniera!

«State buona, nonna,–disse accarezzandola il giovane–stanotte non mi
sono spogliato…..

«Già! vizi che si pigliano in città….! Nelle città se ne pigliano
tanti dei vizi…. ma il più brutto…. il più…. Uno squillo di
campanello troncò a Marta la parola, che di quel passo sarebbe forse
finita coll’ambasciata di don Apollinare. Essa dovè correre di sopra a
vedere la padrona; e Giuliano rammentando i discorsi che aveva tenuti
a sua madre, e pensando che era sul punto di doversi presentare a lei;
fu colto da un gran batticuore.

Marta, molto meravigliata, per aver trovata la padrona già vestita, e
acconciata i cappelli, da parere più giovane di qualche anno; tornò
giù a dire al signorino che sua madre lo voleva: ed allora fattosi
animo, egli salì quella scala, ma lento come su per un monte.

«Vieni oltre–gli disse la signora Maddalena, incontrandolo sulla
soglia e fissandolo negli occhi:–prima di sera, sapremo se Bianca
verrà a farci felici…..

«Oh sì verrà–sclamò Giuliano stringendo fra le sue le mani della
madre.

«Va, e chiama Anselmo che venga a pigliarmi, col calesse…

«Ma che vuole andare lei, colle vie che vi sono….

«Va.»

Giuliano obbedì; ed essa col cuore alla gola, levò le mani in alto e
disse singhiozzando:

«Giuliano, Giuliano, se tu sapessi che dolore mi dai….!»

S’asciugò gli occhi, e si mise dinanzi all’immagine di suo marito,
stata dipinta colla sua, quando si erano sposati. Stette un tratto a
contemplare quella tela, come se tra lei e l’immagine fossero
misteriose corrispondenze; quindi avvicinatasi a un cantarono antico,
tirò una delle cassette, cavò di là dentro una veste di seta color di
rosa, e la distese sul letto, dove apparve fatta alla foggia di molti
anni addietro, stretta nelle maniche, rigonfia alle ascelle, accollata
e lunga la gonna, quanto poteva bastare a far un po’ di strasico
avendola indosso. Di quella vesta ne teneva di conto; e la tirava
fuori ogni anno ricorrendo il giorno delle sue nozze: trasse ancora
una scatola in cui erano alcuni vezzi d’oro, collane, maniglie, anella
di vario lavoro; e la pose aperta vicina alla veste. Del suo corredo
di sposa, non le sopravanzavano più che quelle cose; perchè le più le
aveva date, un po’ alla volta a povere fanciulle del borgo, andate a
marito; e dopo averle toccate e ritoccate, col pensiero ad altri
tempi, uscì sommessa in queste parole: «S’ha un bel affligersi, ma nel
giro di trent’anni si rinnovellano nelle case, feste e dolori! ora
tocca a lui!»

Lasciò quella veste e quei vezzi così come gli aveva messi, forse
desiderando che Giuliano li vedesse, mentre sarebbe stata lontana; poi
sempre pensosa discese. A vedere Marta trasecolata come era, le parve
di doverle dire qualcosa di quel che andava a fare, ma si rattenne
senza sapere il perchè; e chiesto che le porgesse una tazza di latte,
si pose a berne, mangiucchiando d’un pane casalingo, affettato lì per
lì dalla vecchia, la quale dal rimescolamento e dalla rapina di non
sapere qual aria volesse tirare, per poco non si tagliava le dita.

In questo mezzo Giuliano era venuto col calesse, sino all’arco, per
cui s’entrava nel piazzale; e lasciato là Anselmo ad aspettare,
Anselmo che aveva fatto le maraviglie per quell’andata della signora;
corse a farne avvisata sua madre. Essa era pronta: nè avendo a far
altro che mettersi in capo la cuffia, se l’acconciò da sè, salutò
Marta, fu al calesse accompagnata da Giuliano; e senza volgersi
addietro si mise dentro e partì.

Marta rimasta in forse a guardare dalla finestra della sala, colle
braccia al seno, sentiva qualcosa crescere dentro, venir su a far
groppo: e come la frusta d’Anselmo schioccò nell’aria, gli occhi le si
empierono di lagrime, e corse verso l’uscio per andar fuori. Di certo
all’abbrivo che aveva preso, avrebbe raggiunto il calesse; ma
s’abbattè in Giuliano nell’atrio, e colla punta del grembiale,
asciugandosi il viso lavato di lagrime, si piantò di faccia a lui e
sclamò risoluta:

«Fate come volete, ma se a voi e a vostra madre piace ch’io scoppi, ho
sempre obbedito! Che faccenda è questa che mi capita la prima volta,
dacchè sono qua dentro? Sì, se io sono stimata un coraccio che non
sente nulla, ditelo; e io faccio un fagotto della mia roba, e un
cantuccio da morirvi lo troverò….

«Ma Marta….–disse Giuliano–o che adesso impazzate….? Badate
invece a star sana, che avremo fra poco bisogno di voi come del
pane…! Ma non vi sgomentate; piglieremo una giovane che v’ajuti…,
e la farete buona come voi…; qua l’orecchio…, mi sposo…

«Dio lodato!–proruppe allora la vecchia traendo lunga la voce, mutata
in faccia che non pareva più quella:–ora so in che acque mi trovo…!
Vi pareva? lasciare al bujo me, che posso dire d’aver visto fondare la
casa; e ho portato vostro padre in collo, e fui sola a governargli la
roba fin quando si sposò….?

«Giusto! ben rammentato! quando si sposò…! Io voglio fare ogni cosa
come fece mio padre; animo, che feste avete fatto quando egli condusse
la sposa?

«Eh! miracolo se si è mai visto altrettanto!–sclamò Marta levando le
mani in alto, come a significare che le erano state cose da non
poterle rifare:–le feste durarono mesi, e se le racconto vi paiono
favole da narrarsi a canto al fuoco. State a sentire. In una sua gita
a M…. nella valle di là, sapete dov’è, vostro padre ebbe una sfida
al pallone. Egli non sapeva altro gioco, ma al pallone, capperi, era
conosciuto sino in capo al mondo! In quella sua gita s’innamorò di
vostra mamma, la quale stava con parecchie zitelle di colà a vedere i
giocatori….; vostro padre, non faccio per dire, ma era un bellissimo
giovane…. Tornò da quella gita pensoso, melanconico, crucciato, come
voi ieri sera…: ed io che, non per vantarmi, gli faceva da madre,
sin dall’anno quarantacinque, che i suoi erano morti della
pestilenza…. anche quello fu un bell’anno…, basta..! io credei che
egli, chi sa come, avesse perduto qualche gran somma, e volli sapere
che cosa lo tribolasse a quel modo. Egli mi disse, così e così….;
oh! sclamai io, tutto codesto? E gli consigliai quello che avrei
consigliato a voi ieri sera, se avessi saputo che cosa vi frullava pel
capo. V’era casa, v’era stato; non gli mancava nulla, appunto come ora
a voi; forse che avete bisogno d’esser medico, di cavar sangue, per
campare ammogliato, voi? Sposate quella ragazza, gli dissi, e che Dio
vi benedica! Faremo festa per un anno e un giorno, come in casa i
principi…! Mi diede retta, tornò due o tre volte a M…., parlò; e
di là a due settimane, vostra madre veniva qui da padrona. E mi disse
poi che anch’essa s’era innamorata di vostro padre sin dal primo
giorno che l’aveva veduto. Erano due bei sposi ve’, e che
accompagnatura! Vennero attraverso ai monti e in tanti, che non s’era
mai visto una simile cosa a ricordo di vecchi. Signori, signore; a
cavallo, in lettiga; musici che suonarono tutta la via; canti,
schiopettate, sparate di pistole, una battaglia! E quando il corteo fu
scoperto da qui a quel varco dei monti lassù, le campane di castello
cominciarono a suonare a gloria, come venisse monsignor Vescovo a dare
la cresima. Io era qui, in questo luogo, e un’occhiata dava al corteo
che discendeva per quelle svolte come una processione; un’altra
correva a darne in casa dove aveva un mondo di donne ad ammanire il
pranzo: un pranzo di cento convitati, mica pochi, no; e che convitati!
La sera poi un festino, che manco vi saprei dire se fossi un
avvocato…; e la storia durò settimane… Chi mi avrebbe detto, tu
Marta starai tanto al mondo, che queste cose le rivedrai una seconda
volta? Pure una differenza v’è….; quegli erano tempi di gran pace e
di gran gioia; la gioventù non s’immischiava di nulla…, al comando
chi v’era vi stesse, e vostro padre era un uomo dabbene….

«Ed io…?–chiese Giuliano, che avrebbe dato il fiato alla vecchia
perchè ricominciasse.

«Eh… voi… non siete cattivo…; ma alle volte…. per esempio ieri
sera, che cosa vi facevano gli Alemanni….? E poi… sì… ve n’ho a
dir una;–e dando un’occhiata all’arco in capo al piazzale, se
spuntasse qualcuno, si fece più vicina a lui e continuò con
dimestichezza;–stamane il signor pievano mi ha parlato di voi, e vi
vorrebbe a fare la pasqua.»

Giuliano che, solo udendo menzionare gli Alemanni, già aveva perduto
la rallegratura del viso; a quella novella del pievano divenne
annuvolato del tutto; e disse a Marta severo:

«Domani, tornate lassù: e se vi chiede di me, ditegli che lasci in
pace i cristiani.

«Che mi fate celia!–sclamò la vecchia indietreggiando:–manco se mi
faceste diventare ricca come il mare! Il pievano vuole il vostro bene.
E che credete di farne dell’anima? Questo è un altro grillo come
quello di maledire quei poveri Alemanni.

«Non mi tornate a parlar di costoro!–gridò Giuliano avvampando: e
Marta concedendo il poco pel molto:

«Bene….! ma il pievano, la pasqua almeno… Dio ha le braccia
lunghe, e quando gli pare ci arriva! Date retta a me…. andate, o
sarà tutt’una, il pievano verrà qua….

«E venga!–proruppe allora il giovane–venga!» E assettandosi su d’un
sedile di pietra fuori dell’atrio, parve proprio risoluto ad
aspettarvi il pievano.

Marta pregava, badasse a non guastare la sua e la pace della famiglia;
ricordasse che anche la sera innanzi aveva promesso a sua madre di non
darle mai dispiaceri; pensasse che stava per farsi sposo, e che quello
non era tempo di cozzare coi preti; e che ad ogni modo senza che si
fosse accostato ai sacramenti, la fanciulla amata non l’avrebbe potuto
sposare…. Ma egli non le dava retta, e facendo a sè stesso col
pensare, quello che il leone, sferzandosi colla coda; levatosi ritto
come per andar incontro a qualcuno, diceva:

«Mi vuole…! E quando m’avrà avuto lassù a forza, bella religione la
sua e la mia! O perchè non lasciano che l’anime si volgano a Dio,
ciascuna su quell’ali che egli le diede? No…; essi le vogliono
spingere in su ajutati da questi altri servi della spada, che ci
tengono col capo nel fango. E intanto si fa il male da loro, da noi,
da tutti; carne, carne, carne, null’altro che carne. O vento che soffi
dalla Provenza…. o Francia insanguinata come vergine nel circo, tu
sei la scolta di Dio! Vieni colle tue legioni, e facciamola finita una
volta!»

Il petto di Giuliano pareva si fosse fatto più ampio, e l’occhio
scintillante, come d’uomo rapito nel leggere una pagina dei profeti,
gli era rimasto fisso nell’orizzonte, proprio verso quella parte, dove
Marta aveva inteso dire che vi era la Francia. Le prime parole del
giovane l’avevano sbigottita; tutto quello che potè capire delle
ultime fu che egli le aveva dette, e con amore, ad una nazione, la
quale empieva il mondo di terribili novelle, sicchè se ne parlava sino
dai pulpiti nelle chiese; e, povera vecchia, non avea membro che
tenesse fermo. Allora sì, che le balenò sul serio il pensiero
d’andarsene da quella casa, dove sotto le spoglie del suo Giuliano
d’un tempo, era venuto ad abitare chi sa che gran peccatore! E fu a un
pelo di dirglielo lì per lì. Ma la grande passione di lui, le fece
temere di udirlo prorompere in altre eresie; di che fattasi forza, con
un martellamento di cuore che si sarebbe inteso discosto tre passi, si
ricoverò in casa. Là pregò Dio caldamente, che pel bene della signora
Maddalena e del pievano, rattenesse questo dal discendere di castello;
perchè non sapeva neanch’essa che cosa avrebbe potuto seguire. Intanto
colla fantasia si figurò di essere in volta col suo fardelletto sulle
spalle, alla cerca d’una famiglia, da potervi servire buoni cristiani,
gli altri pochi anni che le rimanevano di vita: e non vedeva l’ora che
la padrona tornasse, per dirle ogni cosa e licenziarsi.

Giuliano quetatosi un poco, e rimessosi a sedere su quella pietra di
poco prima, fissò lontano il calesse di sua madre, che s’andava
dilungando, fin che gli fu uscito di vista. Poi l’accompagnò col
desiderio e coi voti verso la meta, oltre la quale vedeva e pregustava
la sua e la parte di paradiso d’un’altra persona. Sposarsi a Bianca,
condursela in casa, dirle: «qua dentro ogni cosa è tua; sii l’angelo
del mio focolare; ringiovanisci della tua giovinezza mia madre; e
viviamo d’amore essa, tu, io» era per lui qualcosa più che aver l’ali
da volare in capo al mondo, girarlo tutto, e salire sino alle stelle.
E già la vedeva venuta, già aver fatto l’uso alla nuova casa; marito
gli pareva d’aver acquistato in essa una seconda coscienza; medico si
sentiva tratto per la campagna a far il bene, ispirato dal desiderio
di poterlo dire, tornando stanco, «ho fatto questo, ho fatto
quest’altro….» padre, (questo poi era pensiero in cui si sprofondava
col diletto preso da giovane a tuffarsi nei pelaghetti della sua
Bormida, in tempo di gran caldura, mentre il suo genitore stava a
vederlo;) padre gli pareva che avrebbe educati figli, degni di dar
gloria fra gli uomini a quel Dio, nella cui bilancia dovrà pesare più
una goccia d’acqua data ad un assetato, che una intera vita passata a
star ginocchioni dinanzi a lui; ah! i figli, i figli! quel calesse
arrivasse a C…. col buon’augurio, Giuliano v’era già col cuore!

E il calesse andava, e tacerne sarebbe come voler nascondere al
lettore, che di quei tempi gli abitanti di val di Bormida, non avevano
mai veduto quattro ruote di quella fatta a girare. Eppure era un
vecchio e gramo arnese, che ai giorni nostri farebbe sgomento al più
modesto viaggiatore che se n’avesse a servire. Anselmo lo aveva
comperato dagli eredi di non si sapeva che baroni del Monferrato; ed
essendo uomo molto arricchito nei contrabbandi tra le terre della
repubblica di Genova e del re di Sardegna, per quell’acquisto era così
cresciuto di reputazione, che a D…., quasi più nessuno osava
chiamarlo col vecchio nome di mulattiere. Ma egli punto insuperbito,
se gli capitava di guadagnare s’alzava anche a mezzanotte. E sebbene
pel suo far costare il nolo del calesse un occhio del capo, si durasse
fatica a mettersi d’accordo con lui; la signora Maddalena non era
stata quel giorno a parlare di danaro, ed egli la portava verso C…,
certo di toccare una grassa mercede e un buon beveraggio.

La via correva a tratti sulle vestigia di quel ramo dell’Emilia, che
per val di Bormida menava i Romani da Tortona all’antica Sabazia. I
dotti, quando ne parlano, rammentano la tavola Pentingeriana, e
l’itinerario di Antonino. Romana o no quella via era un macereto, e
dava così gran disagio a farla in calesse, che camminare a piedi,
sarebbe stata per la povera signora minor fatica. Ad ogni passo il
legno pigliava tali scosse, che essa era sempre lì colle mani per
toccare Anselmo che si fermasse: ma egli da uomo rotto a ben altre
molestie, la confortava a non vi badare, e starsi sicura; e tirava
innanzi per la terricciola di R…. alla volta del borgo di C…. Il
quale a chi vi giunge da quelle parti apparisce amenissimo, sebbene
schiacciato com’è fra il torrente ed una rupe alta e malinconica,
parrebbe star meglio in mezzo alla pianura, che gli si apre dinanzi.
Questa non è ampia molto, ma quanto basta per dare aspetto magnifico
ad un anfiteatro di colli, sormontati su su da dossi più alti di monti
selvosi, che col verde cupo dei loro fianchi, fanno bel contrasto coi
sottoposti vigneti, colle piagge ridenti, coi prati e coi campi, dove
si lavora in dolcissima pace. Sulla rupe che soggioga il borgo, sorse
un castello che fu dei Del Carretto, ed era degli Scarampi quando
Vittorio Amedeo, generale degli eserciti di Francia e di Savoia,
guerreggiando gli Spagnuoli in quella vallata, lo trovò difeso da
dugento di costoro, e ne gli scovò con centoquarantaquattro cannonate
giuste. Era l’anno 1625, e di là a poco il Conte di Verrua tornato a
combatterlo lo atterrava del tutto. Ai tempi della mia storia quel
castello era già quale è ai nostri, roba di donnole e di volpi, nè dà
alla gente del borgo niuna noia, salvo che quella di toglierle una
bell’ora di sole in sul tramonto, e di minacciarla colle sue
pericolanti rovine. Macchie di castagni, da lasciare in desiderio il
più valente paesista, s’aggruppano su per il pendio sino a quelle; e
ai segni dei secoli che hanno nei tronchi ispidi e muschiosi, mostrano
d’aver fatto ombra alle castellane, se nelle ore calde saranno uscite
a sedere sull’erba a piè delle mura. L’edera inviluppa le macerie; e
le muraglie che stanno ancora irte di comignoli smisurati, spiccano
tra quel verde, come dossi di giganti costretti a mordere la polvere,
colle braccia poderose levate in alto a imprecare. La Bormida lenta in
quel suo passaggio, per i molti pelaghetti che forma, pare vaga di
riposarsi un tratto a far più bello il paese. Riverbera gaiamente il
castello, le case del borgo, i bucati distesi sulle sue rive le
donnicciuole che vi s’affaccendano intorno, e quelle che vi stanno a
lavare; e a chi conosce di quali piene talvolta si gonfi, pare angusto
quel letto in cui scorre poca e tranquilla. Laggiù laggiù, dalla parte
donde tirano i venti di mezzogiorno, menando sovente a furia sulla
selve e sulla pianura, le vette di San Giacomo e del Settepani fanno
l’orizzonte sempre leggiadro: ma a vedere l’azzurro oltremarino di cui
si tingono a sera, paiono in certa guisa sfumare nei colori del cielo.
Allora lasciando varco alla fantasia di chi le guarda, e trova
oltr’esse, i borghi, le terre e il mare di cui ha inteso a dire le
meraviglie; chiudono malinconicamente la bellissima scena.

CAPITOLO PRIMO

Chi si parte dalla marina del Finale, e su pel fianco dell’Appennino
va verso le Langhe, si arresta trafelando ogni tratto a ripigliar
lena, e a vedere quanta sarà ancora la salita, e quanto s’è scostato
da quella spiaggia, diversa giù giù per foci di torrenti, per
iscogliere tagliate a filo, per promontori neri, dirupati, somiglianti
a mostri, che si inoltrano cimentosi nei flutti. Ma guadagnata che
abbia la vetta del Settepani, sente l’affanno della via ripida e
lunga, quetarsi in una vista maravigliosa. La catena dell’Alpi è di
lassù un’occhiata infinita; e se vi si arriva all’apparire del sole,
tutta la distesa di picchi, di coni, di aguglie, gli pare un mondo di
cose vive e moventi. Si vorrebbe aver l’ali per lanciarsi su qualcuno
di quei culmini, così alti nel cielo; e si abbassa di malavoglia lo
sguardo, a cercare la via, giù per i gioghi avvolti ancora nell’ombra,
lì sotto: dove per un lungo digradarsi di monti, si confondono
villaggi, selve, burroni spaventosi; qua Montenotte, là Cosseria,
castella e torri feudali per tutto; più lontana e più bella d’ogni
altra quella di Vengore, che nera e solitaria si spicca su un
altipiano, oltre il quale la nebulosa pianura.

Giù per le selve fumano le carboniere da mille siti. Le donne, colle
ceste del mangiare in capo, s’affrettano verso quelle, pei dirotti
sentieri; e ti guardano fantasticando sull’esser tuo: gli uomini, a
mo’ di brusco saluto, ti dicono «animo,» o «allegri!» quasi lassù non
potesse passare chi non è lieto o animoso. Non ti paia d’essere
capitato fra gente mezza barbara; chè se tu chiederai loro qualche
servigio ti saranno cortesi, e interrogati ti additteranno i ripari di
pietre ferrigne, fatti dagli Alemanni, superati dai Francesi; e i
tumuli erbosi sotto i quali giacciono i morti di quelle genti;
gloriandosi di non averli turbati mai. Se l’ora sarà del riposo, e
sederai con loro, ti narreranno leggende antiche come quella di
Adelasia ed Aleramo; o forse qualche storia della sorta di questa mia,
seguita in luoghi che si vedono di lassù; quando i repubblicani
Francesi, calarono in Val di Bormida, a piantar alberi di libertà, e a
ballare la carmagnola pei sagrati e sin nelle chiese.

Uno dei borghi di quella vallata, in cui per amenità di postura e pel
genio allegro degli abitanti, facesse di quei tempi più bello stare,
era quello di D…. bagnato dalle acque della Bormida, che ivi scorre
con curve leggiadre, all’ombra d’alti pioppi e passa sotto le volte
d’un ponte angusto, gettato sopra di esse a guisa d’un patto, stretto
cautamente fra quel popolo, in età di poca concordia. Dico così perchè
D…. se ne sta diviso in tre vichi; dei quali due giacciono in riva
all’acque, di maniera che uno d’essi pare lì per tuffarsi; mentre il
terzo li soggioga dalla vetta d’un colle ronchioso e popolato di
cerri. La via onde si arriva su questo, serpeggia con repentine svolte
per l’erta; e sebbene non tutta a petto, è di molta fatica a salirla.
Ma come uno è sulla cima si sente rinato. Piace il sito della chiesa e
il campanile che si leva più alto parecchie braccia, con una
cupoletta, che miracolo se il vento non se la porta via: piacciono il
presbiterio e l’orto; e invoglierebbero ogni uomo d’essere prete, per
vivere lassù da curato. Alcune case che fanno corona alla chiesa,
quantunque belle pongono anch’esse in cuore un funebre senso. Le
ragnatele pendono dai balconi le cui imposte cascano sfasciate; e
mentre si direbbe che questa o quella delle tante porte sia lì per
aprirsi, dura sempre una quiete altissima, interrotta solo dalle
ventate che empiono di suoni cupi le sale deserte. Lassù, nè la state
nè il verno, mai che si vegga un comignolo a fumare, e se i nostri
fossero altri tempi, a udire l’ore battute dall’orologio di quel
campanile, si farebbe credere chi sa quale storia maravigliosa alla
gente semplice del contado. Ma ognuno sa che il sagrestano della nuova
chiesa parrocchiale, sorta da pochi anni in luogo più basso e più
comodo agli abitanti del piano; sale ogni giorno il colle a caricare
quel vecchio arnese; e il suo è il solo passo che rompa il silenzio
dell’antica parrocchia, sempre vuota come le case che ha intorno. Non
più messe grandi nè vespri cantati; non più conviti nè festini;
l’ultimo dei pievani dorme da oltre mezzo secolo nel sepolcro dietro
l’altare; e delle allegre donne e degli uomini buontemponi vissuti
lassù, rimane appena il ricordo nella mente vagellante di qualche
vecchio ottuagenario.

Questo gruppo di case per essere stato sede dei feudatari della terra
si chiamava il castello; e gli abitanti venuti dopo costoro, padroni
della parte più vasta e ubertosa del paese, erano tutti signori. Nei
vichi a piè del colle, le famiglie agiate e le case di bell’aspetto
erano poche; ma in quello della riva sinistra del torrente se ne
vedeva una, notevole per la grandezza, e più alta di tutto un piano
sul vicinato, quasi tutto catapecchie. Mostravano di qual sorta di
gente fosse, il piazzale, l’atrio, il giardino che le fioriva da un
lato; e più di tutto le finestre ampie e chiuse di vetriate, le quali
sebbene fatte a riquadri strettissimi, costavano di quei tempi molto
danaro.

A qualcuna di quelle finestre appariva talvolta una donna, cui si
leggeva in faccia lo sconsolato pensiero di trovar quella casa troppo
vasta per la sua poca famiglia; e i popolani della via la salutavano
con rispettosa dimestichezza. Essi la chiamavano la vedova, e i ricchi
la signora Maddalena. Aveva cinquant’anni, e mostrava la sessantina,
sebbene i suoi capelli fossero ancora neri, e le pendessero dalle
tempia due riccioloni, che nella sua giovinezza dovevano essere stati
una leggiadria. Ma le guancie attenuate, alcune rughe della fronte, il
pallore delle labbra, e più di tutto il portamento della persona
scemata; le davano quelle apparenze che fanno pensare al sepolcro.
Essa non era nata a D…… ma dall’altra vallata della Bormida, come
da terra straniera, ve l’aveva condotta sposa giovanissima il padrone
di quella casa; col quale erano vissuti sempre d’un animo e d’un
cuore; e morendo la lasciava con un figliuolo che nel 1794 aveva
venticinque anni. Questo giovane, venuto su bello e vigoroso, era
stato avviato a modo negli studi di latinità da un buon prete del
borgo di C….. grande amico del padre suo; e come si era scoperto in
lui l’amore alla medicina, il maestro aveva fatto che la madre si era
contentata di mandarlo allo studio di Torino. La povera signora, pur
pregustando le benedizioni dei paesani, che non sarebbero più morti in
mano ai chirurghi di quei tempi e di quei luoghi, castighi di Dio; al
pensiero della lontananza che le pareva dell’altro mondo, a figurarsi
la grande città in cui il figliuolo s’andava a smarrire, aveva tremato
più che la madre d’un navigante che per la prima volta si metta in
mare. Ma poi a poco a poco s’era quetata; e un anno dopo l’altro
sempre aspettando le vacanze, sempre ricadendo nella malinconia al
finire di queste: aveva finalmente veduto giungere l’ultimo anno, che
egli sarebbe stato laggiù; forse per lei il più lungo. Tuttavia era
lieta d’aver sofferto e di soffrire un altro po’ di mesi, perchè ogni
volta che il suo figliuolo veniva in autunno, scopriva in lui i segni
d’un giovane cresciuto di pregi. E così senza avvedersene aveva
mescolato al suo amore grande di madre una certa venerazione; per cui
s’abbandonava sovente ad una dolce contemplazione dell’ideale che se
n’era formato: e a vederla in quei raccoglimenti, uno avrebbe creduto
che stesse pregando. In casa non aveva altra compagnia che d’una
fantesca, la quale non sapeva bene da quanti anni fosse al mondo, ma
si rammentava d’aver portato bambino il marito di lei; e perchè aveva
fatto da aia anche al figliuolo, essa non usava dire di lui nè il
signorino, nè il padrone, nè altro; ma lo chiamava alla buona
Giuliano, come egli chiamava lei la nonna Marta. Costei era sempre
stata là dentro più da padrona che da serva, e sebbene già tanto
vecchia non lasciava che altri vi si ingerisse di nulla. Essa in
cucina, essa per le stanze, essa a far i bucati che governava meglio
d’una biancaiuola di monastero; al tempo dei ricolti, faceva l’ufficio
sin di gastaldo; e sempre le avvanzava qualche ora da godersela colla
signora. Questa, di solito, stava seduta in una sala terrena ampia,
sfogata, fresca d’estate, scaldata d’inverno da un gran camino,
dinanzi al quale si tirava una cassapanca, che il rimanente dell’anno
era lasciata nell’atrio a chi vi si volesse adagiare. Il tempo che
erano insieme, la signora parlava del marito morto o del figlio
lontano; e Marta raccontando cose antiche di castelli, di conti, di
carnevali, si studiava di tenerla allegra; guardandola amorosa e con
certa reverente dimestichezza; proprio come se fosse stata una sua
figliuola, maritata per la sua bellezza e virtù alla buon’anima del
padrone.

La sera della seconda festa di Pasqua, dell’anno 1794, esse stavano
appunto sole, in quella sala terrena aspettando Giuliano; il quale era
andato a C…. a visitarvi il suo vecchio maestro: e quella era la
terza gita che egli vi faceva, in una settimana, dacchè era venuto da
Torino, a far la Pasqua in famiglia. Sebbene la signora si fosse
maravigliata di quella frequenza, non aveva dubitato neppure un
istante che suo figlio non andasse proprio per amore del vecchio
prete; e tutta la giornata era stata malinconica ma tranquilla. Però
in sull’annottare aveva cominciato a mostrarsi inquieta. Affacciavasi
ogni tantino alla finestra, aperta dalla parte di mezzogiorno, donde
si scopriva la via di C…. per cui Giuliano doveva tornare; e dopo
l’avemaria vedendo ch’egli non veniva, non trovava più posto ove
potesse star ferma. Andava su e giù per la sala, pigliando di sul
tavolino la lucerna deponendola e ripigliandola; tornava ad
affacciarsi alla finestra, come avesse voluto rischiarare lontano la
campagna; tendeva l’orecchio, si spazientiva, si toglieva di là
sospirando e guardando Marta. Questa se ne stava colle mani in mano,
badando a non mostrare quanto fosse anch’essa scontenta dell’indugio
di Giuliano. Intanto l’ora in cui si soleva cenare, era passata di
molto; e una grossa e vecchia gatta, levandosi di su certa stuoia su
cui stava a fare le fusa, era già corsa parecchie volte a fregarsi le
schiene contro gli stinchi della fantesca. A un tratto la signora non
potendo più reggere, si volse, e quasi incalzando un discorso già
incominciato, disse alla vecchia:

«Oh insomma, non istate a dirmi di no…! o egli è caduto da cavallo,
o ebbe qualche cattivo incontro…. Chiamate Rocco, voglio
mandarglielo incontro…. ditegli che venga da me…. subito….»

Marta uscì, e dopo alcuni momenti tornò a dire, che Rocco non era
ancora rivenuto, da fare la merenda in campagna colla famigliuola.

«Benedetta anche la merenda!–sclamò la signora–e dunque chi
manderemo?»

«Non si potrebbe aspettare un altro poco?–disse Marta–noi si sta col
cuore tra due sassi, ma a chi è fuori, massime i giovani, pare sempre
di far presto….»

«Pazienza gli altri tempi….! ma ora…. con questi Alemanni che sono
in volta….»

«Gli Alemanni!–proruppe Marta, quasi offesa:–per essere, le so dire
che gli Alemanni rispettano i signori, e a Giuliano gli farebbero
buona compagnia!

«Dio voglia….»

«Ma certo! Eppoi, se egli vedesse uno mandato ad incontrarlo come a un
fanciullo, potrebbe aversene a male….»

«Allora aspettiamo!–disse la signora, e affacciandosi di nuovo alla
finestra, coi gomiti appoggiati sul davanzale, si mise a guardare
nella notte. Marta sedette ancora, colle mani giunte e abbandonate
sulle ginocchia, colla testa chinata sul seno, come la tengono le
vecchie quando pare che dormano, e in cambio stanno pregando e forse
pensando ai propri peccati. Essa non pregava, ma pensava agli
Alemanni, de’ quali la signora Maddalena, mostrava d’avere tanta
paura. Costoro erano venuti quell’anno parecchie migliaia di
Lombardia, e avevano gli alloggiamenti in C…. a sostegno delle genti
del Re di Sardegna: le quali fronteggiando i Francesi, sui monti di
Nizza, s’erano la state innanzi condotte con grande valore al colle di
Raus e a quello di Milleforche. I repubblicani non avevano trovato il
verso di superare quei colli; ma fattisi più grossi nell’invernata
s’andavano preparando a nuovi assalti: e quelle non se la sentendo di
poter reggere, poche come erano; il Re aveva chiesto aiuti
all’Imperatore d’Alemagna: il quale sebbene adagino s’era mostrato
disposto a dargli un poco di spalla. Marta non sapeva queste cose a
puntino, ma la venuta degli Alemanni le aveva recata gran gioia,
perchè le pareva che fossero tornati i tempi della sua giovinezza;
quando le Langhe essendo terre dell’impero, i popoli di quelle parti
si tenevano per Alemanni anch’essi. Godeva poveretta ai cento ricordi
che le nascevano dalla comparsa di quelle assise; le pareva d’essere
in collo al padre suo, portata bambina a vedere le rassegne o il
passaggio delle soldatesche Alemanne d’allora; si sentiva sulle guance
grinzose passare la mano che le aveva carezzate quando erano fresche
d’adolescenza, e vedeva d’innanzi a sè il soldato che le aveva fatto
quel vezzo discorrendo coi suoi sulla soglia di casa; immagine lontana
e già quasi sfumata nella sua memoria; forse anco qualche affetto
rimasto in sul nascere, scuoteva nel suo cuore gli avanzi di qualche
fibra; e così tra il pensiero della soldatesca imperiale antica e
nuova, e quello di Giuliano che non arrivando affliggeva sua madre, la
mente le ondeggiava come la fiamma della lucerna, la quale scossa
lievemente dal venticello della finestra, spandeva per la sala una
luce tremula e fioca, che s’addiceva in mesta maniera a quel
raccoglimento ed a quel silenzio.

Fuori suonava un’allegrezza di canti, ed empievano l’aria le grida sin
troppo festose delle brigate, che tornavano dalla merenda, menzionata
da Marta nel parlare di Rocco. Il quale era un colono che conduceva il
podere intorno alla casa della padrona; e appunto riveniva anch’egli
da quella baldoria, che i popoli di quei monti escono a fare in
campagna l’indomani di Pasqua. Festeggiano la primavera sui prati e
nei vigneti; bevono del migliore e mangiano i resti del giorno
innanzi, portati nei tovaglioli messi in bucato la settimana santa;
dopo il pasto gli uomini continuano a bere, le donne a chiacchierare,
i fanciulli si rincorrono, ruzzano, giuocano; e le zitelle tornano
finalmente a danzare coi loro dami, dopo aver camminato ad occhi bassi
tutta la quaresima, senza poter parlare con essi neppur sul sagrato.

Quei canti suonavano dunque da tutte le parti, ma la signora
Maddalena, assorta come era in Giuliano, non vi badava. Questi intanto
veniva o piuttosto si lasciava portare dalla sua giumenta; pensoso,
raccolto, tanto che neanch’egli udiva quel chiasso festereccio; nè
vedeva la via, nè forse la testa della sua cavalcatura, tra le cui
orecchie pareva guardasse con occhi intenti. Parlava tra sè di quando
in quando, a mezza voce; e allora la povera bestia incalzava un
tratto, quasi per vedere se quelle parole toccassero alla sua
andatura: poi si rimetteva tranquilla a quella che aveva mosso
partendo da C. Giunta così a un certo segno, squassò forte il capo,
nitrì fiutando l’aria della mangiatoia vicina; e allora soltanto
scuotendosi, Giuliano s’accorse d’essere lontano dai luoghi, dov’era
rimasto col pensiero e col cuore. La notte era fatta, il suo borgo
nativo gli stava dinanzi, si discernevano le finestre illuminate
fiocamente da dentro le case; e scoprendo le proprie, egli pensò che
sua madre era là in pena ad aspettarlo. Si ricompose in sella,
affrettò colle calcagna la giumenta, e sebbene agli altri suoi
pensieri s’aggiungesse che gli pareva d’essere un cattivo figliuolo;
pure provò un po’ di quel senso, che a sera rallegra soavemente il
ritorno.

Era appunto in quella che la signora Maddalena, stanca d’aspettare,
stava per dire a Marta, che Giuliano fosse o non fosse per aversene a
male, voleva andargli incontro essa stessa; quando le pedate della
bestia si fecero udire sul ciottolato del vicolo per cui si veniva nel
piazzale.

«È qui!» sclamò essa, togliendosi dalla finestra tutta mutata nel viso
e sorridendo; e lesta lesta attraversò la sala seguita dalla fantesca,
che la raggiunse nell’atrio recando la lucerna.

Il giovane arrivò di trotto, e smontando a piè dei gradini dell’atrio
disse alla signora: «non mi sgridi….. mi perdoni…. a un’altra
volta tornerò più presto…..

«Ah…. te ne avvedi anche tu? Il perdono è un bel chiederlo…. ma a
quest’altra volta…. vedremo….»

Giuliano non le lasciò finire l’amorevole rimprovero, ma guardandola
umilmente negli occhi, le si avvicinò come per soggiungere qualcosa.
Poi non trovando la parola, tenne dietro a Rocco, il quale avendolo
udito arrivare, era corso mezzo brillo a pigliare la giumenta, e
l’andava a riporre.

A quel fare insolito sbigottì la signora; e già chiedeva che ne
pensasse a Marta, la quale s’ingegnava di riverberare colla palma i
raggi della lucerna dietro Giuliano, sicchè essa rimaneva colla faccia
e colla persona nell’ombra. Ma a stornarla dalla sua domanda,
s’udirono alcuni tocchi lenti e lamentosi della campana di castello,
venuti a mescolarsi, come la voce d’una terza persona, alla loro
malinconia. A quel suono che segna la una di notte, il popolo di quei
villaggi pensa a’ suoi morti, e in ogni casa s’interrompono i discorsi
della veglia per recitare il _deprofundis_. La signora Maddalena, si
segnò, e si mise a dire il salmo sublime, che ad ogni verso, ci soffia
sull’anima l’aria fredda dell’abisso; e recando come un grido
dell’altro mondo, ci fa levare gli occhi al cielo, in cerca d’un po’
di luce, d’un po’ di vita, di qualche novella dei sepolti quaggiù.
Marta non sapendo le parole del salmo, che mai non aveva potuto
mandare a memoria, teneva dietro coll’intenzione, a lei, guardandola
nelle labbra, o picchiandosi il petto; e quando la signora mostrò
d’avere finito segnandosi la seconda volta, essa disse: amen. Proprio
in quel punto ricomparve Giuliano.

«Qualche cosa da dirmi l’avrà di certo»–bisbigliò la signora, e
dall’atrio entrò nella sala, seguita da lui e da Marta; la quale
sussurrò nell’orecchio al giovane, che per amore di sua madre, facesse
viso allegro. Poi andò in cucina per dare in tavola, lasciando che
essi passassero nella stanza di là dalla sala, in cui la famiglia
soleva mangiare.

La signora non si era mai seduta là dentro, senza pensare al suocero
ed a madonna, che essa non aveva conosciuti. E quando viveva il
marito, aveva pigliato sempre un mesto diletto a farsi dire cenando la
loro storia; storia che ripeteva sovente al figliuolo. Ma quella sera
non pensò ai morti; e mentre Giuliano messosi a sedere, come fosse
molto stanco, guardava i canestri di frutta dipinti nelle pareti, con
quell’occhio che fissa e non vede: essa stendeva la tovaglia, metteva
le posate e i tovaglioli, volendo e non trovando il verso d’appiccare
discorso con lui, senza dargli a vedere l’ansietà che non le era
cessata ancora. Al fine le venne alla mente il nome del buon prete di
C……, e voltasi a Giuliano con quella dolcezza che sempre usava,
sedette anch’essa e gli disse:

«Oh appunto! e che nuove mi porti di don Marco?

«Don Marco? Lo vidi da lungi e di fuga…. e mi parve triste….»

«Come da lungi e di fuga? O non hai detto stamattina che andavi a
C…. proprio per veder lui?»

«Andai…. ma…. dopo il vespro egli era fuori pei monti, ad
assistere non so che moribondo….»

«Egli pei monti? Ma il parroco, i curati, gli altri preti
giovani…… come fanno a lasciar che vada quel povero vecchio?»

«Oh….! essi avevano altro a fare! Oggi c’era gran pranzo dal
parroco: un pranzo di preti, di frati, di soldati, di signori e
signore….! mezzo il borgo faceva le feste a quegli uggiosi Alamanni
che sono colà!….»

La signora diede attorno un’occhiata, quasi temesse che qualcuno fosse
stato a udire lo parole di Giuliano, poi mutò come potè il discorso, e
proseguì: «hai detto che è triste nevvero? povero don Marco,
capisco…. noi vecchi ci sentiamo fuggire il mondo….»

«Eh!…. a vedersi tra piedi quella turba di soldati, a sentire quello
strascichio di sciabole, anco a non essere vecchi c’è da diventar
tristi e far peggio….! Se gli Alemanni fossero a D…. non ci starei
più un’ora….!

«Giuliano!–sclamò la signora, levandosi ritta–dimmelo, che tanto l’ho
già indovinato….! Tu hai questionato con qualcuno di quei soldati!
Oh…. no? Me lo accerti? Voleva vedere! Pensa che qui, essi hanno in
mano tutto e tutti…; credi in cuor tuo quel che ti pare, ma bada a
non darmi dispiaceri, chè se non te l’ho mai detto te lo dico ora: non
sono più quella d’una volta e non potrei più sopportarli….!»

Giuliano sentì dar giù improvviso quel bollore che gli si era levato
in petto, e guardando fisso sua madre, come se soltanto allora
s’avvedesse che la salute le veniva scemando, provò uno sgomento sì
forte che rispose pronto e pacato:

«Dispiaceri da me non ne avrà mai; ma questi Alemanni venuti quassù a
proteggerci e a spogliarci….. gli odio…. gli aborro, vorrei
vederli tutti morti.»

La signora tacque: e Marta che essendo entrata a mettere qualcosa in
sulla mensa, aveva udito le ultime parole del signorino, si morse la
lingua e tornò in cucina sbalordita, come vi fosse rotolata giù da un
burrone, o quelle eresie fossero state ceffoni avuti in faccia. Odiare
gli Alemanni, odiarli a segno da desiderarli tutti morti, non le
pareva cosa che si potesse dire da un giovine dabbene, come era sempre
stato Giuliano. Capì il gran mutamento che doveva essere avvenuto in
lui nello stare lungi da casa; rammentò che questo mutamento, il
pievano l’aveva predetto sin dal primo giorno che egli era andato a
Torino; vide confusamente il male che ne poteva seguire, e una
profonda malinconia mista a certo sdegno pesò sul suo vecchio cuore.
Avesse visto entrare in casa la farfalla più scura del mondo; si fosse
versata e rotta l’oliera; o la gallina a lei più cara avesse cantato
da gallo in sul bel punto della mezza notte: essa non se lo sarebbe
recato in malaugurio, quanto quelle amare parole, che biascicò due o
tre volte, pesandole colla mente e chiudendo gli occhi, come se più
non osasse guardare la luce.

Intanto i padroni mangiucchiando avevano mutati i discorsi; e sebbene
il giovane di tanto in tanto lasciasse cadere le domande della madre,
essa dalla tema di fargli saltare in capo d’andar fuori di nuovo,
taceva in pazienza. Per sapere se qualcosa gli fosse avvenuto cogli
Alemanni, disegnava di mandare l’indomani qualcuno a C…. con un
biglietto per don Marco: ma pel momento, avendo in casa il figliuolo
non temeva di nulla, e finì di cenare, senza essersi raccappezzata in
quella tristezza e in quel viso scuro.

Marta chiamata a sparecchiare, venne dalla cucina imbroncita: e accesi
due lumi da mano, uno ne porse alla padrona ed uno al giovane, ma non
disse nulla. Egli salutata rispettosamente la madre, e data la buona
notte alla vecchia, salì nella sua camera, al più alto piano della
casa, proprio sopra quella della signora, alla quale non era mai parso
di poter dormire tranquilla, se la notte egli non era in luogo da
poterlo udire, solo che si movesse.

Rimasta sola colla signora, Marta volle sfogarsi, e giungendo le mani
proruppe:

«Eh? L’ha inteso? E chi lo conosce più? Io da parecchi giorni vado in
castello che mi pare di salire sul calvario…. e le occhiate del
pievano comincio a capirle…»

«Che pievano…. che occhiate?»

«Certe occhiate bieche, come se volesse dirmi che io gli nascondo un
peccato mortale….!»

«Oh smettetela un poco anche voi!–interruppe la signora Maddalena,
con un impeto di collera non più provato da chi sa quanti
anni:–questa sera n’ho già di troppo…. andate a letto….!»

Marta umiliata da quel tono insolito di parole, s’avviò alla porta che
dava nell’atrio, per chiuderla come l’altre sere.

«Lasciate!–proseguì la signora–questa sera chiuderò io…. no no….
andate vi dico, Marta…. vorreste cominciare ora a disobbedirmi?

La vecchia chinò il capo, diede la buona notte con voce tremante, e
andò a chiudersi nella sua cameretta terrena, in cui dormiva da
sessant’anni. La signora pur sentendosi pentita del rabbuffo fattole,
non istette a rattenerla per consolarla, come già il cuore le
comandava. Ma, chiusa la porta con ogni diligenza, recò le chiavi con
sè, salì nella sua camera anch’essa, le nascose sotto il guanciale;
poi si chinò sull’inginocchiatoio, a canto al letto, e mescolando i
suoi morti, i santi e Giuliano, cominciò a pregare.

In capo a un’ora volle coricarsi; ma non lo fece, perchè disopra
s’udiva uno scarpiccio, come d’uomo che gira inquieto; ed era
Giuliano, il quale aveva sentito rinascere i propri pensieri, a
martellarlo urgenti ed acuti. Egli s’era messo parecchie volte a
spogliarsi, ma sempre aveva finito per affacciarsi alla finestra, dove
rimaneva un istante, poi andava passo passo fino all’uscio, dava di
volta, tornava a sedere: parlava, sospirava, rifaceva tutte queste
mosse, confusamente, combattuto, coi lineamenti della faccia che si
facevano affilati, come lo crucciasse qualche fiera passione. Questo
suo travaglio pareva crescere a smania; quando, chi sa come, gli
tornarono alla mente i giorni della sua fanciullezza, e l’uso che
allora aveva sua madre di non mai coricarsi, senza prima essergli
venuta in camera, a dare un’occhiata alla finestra se fosse ben
chiusa, a vedere se avesse acqua nella boccia, o se il lume fosse in
luogo da non dar fuoco. Provò di quel ricordo una dolcezza, un aiuto;
e si pregò che la madre venisse di sopra anche quella sera, perchè lì
avrebbe avuto cuore da dirle una cosa, che solo a pensarla, il sangue
gli faceva dentro un gran cavallone. A un tratto parve aver afferrato
un’idea; stette un momento, si levò risoluto; e camminando diritto
discese al piano di sotto, e picchiò all’uscio di sua madre.

La signora Maddalena, che non aveva voluto coricarsi finchè non fosse
cessato quel rumore di sopra; udendolo discendere si rimescolò tutta,
e si lodò d’aver portato seco le chiavi di casa. Ma inteso che veniva
da lei, corse all’uscio, e mentre ch’egli picchiò, essa, già pronta,
aperse, e dolcemente gli disse:

«Lo sapeva che tu avevi qualcosa da dirmi…. vieni» E tirandolo per
la mano, s’andò a sedere su d’un seggiolone d’antica fattura; perchè
sebbene facesse le viste d’essere tranquilla, non si sentiva di stare
in piedi dal tremore; poi guardandolo amorosa soggiunse: ebbene?

«Ecco,–rispose Giuliano–io non poteva più reggere, e sono venuto a
dirle…. che…. si ricorda? l’autunno passato la nostra casa le
pareva troppo solitaria, e mi disse che le tardava mille anni che io
fossi medico, perchè qui sola ci moriva di malinconia. Allora non
osai… ma ora…. ora vorrei….

«Sposarti?–sclamò la signora Maddalena balzando in piedi
dall’allegrezza, come a mensa aveva fatto dalla paura:–e spòsati, e
sia benedetta la nuora che mi condurrai in casa….! Ma perchè mi hai
tenuta tutta questa sera sulle spine? Ci voleva tanto a darmi questa
bella nuova? Siedi, che ora non voglio vederti perdere la bella
sicurezza di poco fa, per questo rimprovero; siedi e parliamo di lei.
Già ho bell’e capito, essa è di C…. come si chiama?»

«Bianca dei N….–rispose Giuliano colle vampe al viso.

«Oh? Dei N…. ce n’è una famiglia sola, credo… Sua madre dev’esser
morta, e si chiamava la signora Costanza nevvero? Hai fatto bene a
innamorarti d’un’orfana! E la conosco sai; sta un po’ a sentire: la
vidi una volta, al convento dei Minori Osservanti di C….: mi ci
aveva condotto tuo padre alla sagra della Madonna degli Angeli…
miracolo, perchè le sagre egli non le poteva udire manco a menzionare!
ebbene….. Bianca deve essere una di quelle due fanciulline che la
signora Costanza si menava per mano, sotto i pergolati del convento:
parevano due perle…. una era bionda, l’altra bruna….: ricordo che
vedendole io dissi che la festa della Madonna degli Angeli era fatta
per esse…. e tuo padre a ridere…. a ridere di sentimento…. e a
chiamarmi invidiosa…. E qual è delle due?»

«La bruna.

«Ah! già perchè l’altra deve avere pochi anni….! La
bruna!–Ripetendo questa parola la signora rimase cogli occhi fissi,
forse pensando ai tempi in cui anch’essa era piaciuta al giovane
forestiero, che poi le era diventato marito:–E sta bene,–continuò
poi,–ma come non mi hai detto nulla, mai nulla? Te ne sei forse
innamorato quest’oggi?

«Che so io?–rispose Giuliano, stato sino a quel punto come un barbero
alle mosse:–gli anni che stetti a C…. l’ho veduta venir su sotto i
miei occhi. La vedeva dal terrazzino di don Marco ogni giorno; la
seguiva in ogni luogo dov’essa andasse a passeggiare, in chiesa badava
sempre a trovare un posticcino da poterla guardare, e mi sentiva
addosso un’allegrezza!…. altro che i canti della gente e dei
preti!…. mi pareva che io avrei cantato colla voce d’un angelo! In
tutto era diventato il primo tra miei compagni; allo studio, al
giuoco, niuno se la sentiva più di vincermi: i pericoli io li cercava
come fossero spassi: e mi ricordo d’una volta che ardeva una casa, e
che io mi cacciai su fin sopra i tetti, e mi spiacque che non vi fosse
una vecchia, un bimbo, Bianca stessa da salvare. Un’altra mi
arrampicai su d’un pioppo, che aveva le cime curve sopra il torrente
in piena, per vedere gli uccelletti di un nido, che era lassù. Le
ventate mi dondolavano, e a mirare di sotto l’acqua furiosa, e lontano
in faccia il balcone di Bianca, mi credeva d’essere in paradiso. Oh!
quegli uccelletti come li baciai! Era diventato buono, così buono che
non poteva udire i poveri pregare alla porta, e correva a portar loro
il mio desinare. Don Marco diceva che ve n’erano troppi dei poveri….
e che i ricchi erano pochi e crudeli… Suvvia, io gridai una volta,
facciamoci tutti poveri e così andrà meglio….! i miei compagni non
capivano nulla…. e risero…. E la notte? La notte, se pioveva o
tirava vento, io mi sentiva in cuore una pietà che non mi lasciava
dormire, e mi doleva sin delle impannate, del cesto di basilico, delle
pietre della via che pigliavano il freddo. Una vecchia, poi, ricordo
una vecchia che aveva tre capre, la sua ricchezza; i compagni la
canzonavano, io mi posi in capo di farla rispettare, e qualcuno le
toccò sode! Poi vennero le malinconie; e talvolta tenni a mente
dugento versi di Virgilio, solo a leggerli due volte, tal altra stetti
settimane senza aprire un libro. Allora passava delle ore e delle ore
coricato colla guancia sull’erba, in qualche campo solitario; e là mi
pareva di udire quello che si faceva sotterra dai morti…. pensava
sempre alla morte, e non so perchè, ma in quei giorni, incontrando
Bianca, se qualcuno dei miei amici diceva che essa era bella, io avrei
voluto morire. Mi pativa il cuore che l’aria me la guardasse. Eppure
quelle malinconie erano nulla; le vere vennero di poi, quando andai a
Torino la prima volta…. Allora sentii uno sgomento….! e mi parve
che mi avessero fatto nel petto un buco tenebroso profondo, e che per
uscire da quella pena bisognasse….»

Qui Giuliano s’avvide di parlare a sua madre, e di parlarle come ad un
amico nelle mutue confidenze di amore. Arrossì, chinò il capo, e non
osò più dire. La signora Maddalena stava ad ascoltare, come colui che
camminando in sul far dell’alba, se ode il canto di un usignuolo,
s’arresta e teme di sturbarlo che voli via. Ma intanto le entrava
nell’anima un dolore, il dolore di avere scoperto che il suo figliuolo
non era più tutto suo; e pensando a quella fanciulla che le rapiva
tanta parte del cuore di lui, alfine si fece forza e gli chiese:

«E Bianca?»

«Io non le ho mai parlato:–bisbigliò Giuliano.

«E allora? E a C…. che cosa vi andavi a fare?

«A vederla.

«Via…., domani sarà di giorno: ora ho bisogno di raccogliermi…. tu
frattanto m’hai tolto un gran masso dal cuore! Con quegli Alemanni
m’avevi spaventata…. che t’han fatto, che c’entrano….? Basta! sono
tranquilla, vattene, domani mattina riparleremo.»

Così dicendo lo accompagnò fuori dell’uscio, ed egli risalendo alla
sua camera, dalla contentezza non toccava i gradini coi piedi. Là si
mise a guardare il cielo dalla finestra; il cielo che in quell’ora,
coi suoi splendori infiniti, gli pareva cosa meno lieta di quel che la
terra stava per divenire nelle sue nozze vicine. Ma chinando gli
occhi, vide nel giardino scuro, un tratto riquadro del suolo, su cui,
traverso la finestra di sua madre, posavano i raggi del lume che essa
teneva acceso. Quel tratto di suolo, lo percosse come la vista d’un
sepolcro scoperchiato; e subito gli passò per la mente, fantasia
maluriosa, l’ultima notte, in cui, la sua dolce madre sarebbe giaciuta
morta sul proprio letto; e il lume funereo avrebbe posato i suoi raggi
in quella maniera lugubre, da quell’istessa finestra, forse su
quell’istesso tratto di suolo. Provò l’amaro desiderio di morire prima
di quella notte, e chiuse le imposte pensando che grande miseria
sarebbe stata quel giorno, in cui nè in casa nè fuori avrebbe più
incontrato sua madre. «Che la vita sia corta è un bene:–mormorò
allora avvicinandosi ad uno scaffale–e guai a noi se uno potesse
farci dono dell’immortalità qui in terra, nel momento che ci muore la
madre!…. Sì, che la vita sia corta è un bene, e chi se ne lagna ha
torto; perchè coll’amore, collo studio, col lavoro, si può farla
valere secoli.» Così dicendo prese un grosso volume, l’aperse sul
tavolino, sedette, e raccolte le tempia fra le mani, si sprofondò
nella lettura, o forse in chi sa quali pensieri. Ad ogni modo,
chiunque l’avesse visto in quell’ora, avrebbe pensato che tanta
meditazione, non fosse cosa da potersi rompere, senza togliere
all’anima del giovine qualche ineffabile ed austera consolazione.